Deep currents: Nonsun, «Black Snow Desert»

BlackSnowDesertIl paesaggio sonoro di Black Snow Desert (è il titolo stesso dell’album che invita a «osservare» la musica come se fosse un paesaggio nel quale si cammina, o che si vede scorrere dal finestrino di un treno) prende corpo lentamente, tra echi, effetti e riflessi: una situazione crepuscolare che occupa per intero il primo brano e si consolida durante il secondo. Ed è qui che, oltre al definirsi della tonalità complessiva – oscura, e spesso minacciosa, ma non aggressiva –, si stagliano anche le prime affermazioni, cioè i primi riff, o meglio i loro fantasmi. Black Snow Desert, primo full-length del duo ucraino Nonsun, è un discorso musicale complesso e ampio (i sette brani si susseguono senza cesure per un’ora e ventiquattro minuti) che richiede una partecipazione non fluttuante da parte dell’ascoltatore, e può essere, proprio per questo, molto gratificante.

Tale attenzione prolungata permette soprattutto di apprezzare l’enorme tensione degli episodi più forti che emergono dal tappeto ininterrotto di effetti e droni, o dal magma sonoro saturo di feedback e di echi industrial. In questi episodi, come ad es. la sezione conclusiva di Ashes of Light, Demons of Justice, chitarra e batteria, entrambe rocciose e colossali, si sollevano e ingaggiano un testa a testa furiosamente espressivo. Altrove i Nonsun si dimostrano maestri della costruzione per lenta accumulazione di pochi elementi, come in Peace of Decay, Joy of Collapse, che esplode dopo uno splendido crescendo.

BSD è anche un album di grande ricchezza timbrica, dovuta all’ampio spettro di percussioni utilizzate, che si allargano ben al di là della «semplice» batteria e che si confrontano alla pari con la potenza delle chitarre, come nella bellissima Heart’s Heavy Burden, «cuore» metallico del disco. Superata la metà non si può fare a meno, inoltre, di avvertire una forte componente ritualistica, legata ai ritmi, certo, ma anche a strani episodi dissemintati qua e là: sono trombe tibetane quelle che si sentono in Observing the Absurd?

L’artimia cardiaca del basso che conclude proprio questo brano si normalizza infine in Rest of Tragedy, cui è affidato il finale titanico del disco: il treno musicale dei Nonsun si ferma e scivola nell’indistinto.

Black Snow Desert è un eccellente disco di drone/doom ricco di sfumature musicali ed emotive. L’aspetto più interessante è forse proprio nella continuità dell’atmosfera, come dicevo oscura, tesa, desolata, mai feroce. Atmosfera che periodicamente si spezza, per sovraccarico di pressione, in episodi di pura heaviness, nei quali sfociano e trovano temporanea requie le correnti spirituali che scorrono nelle profondità della musica dei Nonsun.

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The sonic landscape of Black Snow Desert (it’s the title of the album itself that invites you to «observe» the music as if it were a landscape in which you walk, or you see flowing behind a train’s window) takes shape slowly, from echoes, effects and reflections: a twilight feeling that prevails in the entire first track and get stronger in the second one. And this is where, in addition to the overall tone – dark, often menacing, yet not aggressive –, the first statements are made: the first riffs, or rather, their ghosts.

Black Snow Desert, Ukrainian duo Nonsun first full-lenght, is a complex and extensive musical discourse (seven tracks without breaks for one hour and twenty-four minutes), demanding a non-fluctuating attention from the listener, that could be, for this very reason, very rewarded. This prolonged attention allows especially to appreciate the enormous power of the strongest episodes that emerge from the continuous of effects and drones, or from the sound magma saturated by feedback and industrial echoes. In these episodes, such as the final section of Ashes of Light, Demons of Justice, the guitar and the drums, both rocky and colossal, rise up and engage in a furiously expressive head-to-head. Elsewhere Nonsun prove themselves masters of construction by slow accumulation of a few elements, as in Peace of Decay, Joy of Collapse, which explodes after a magnificent crescendo.

BSD is also an album of great tonal richness, due to the wide spectrum of percussions used, that spread far beyond the «simple» drums and stand up to the power of the guitars, as in the beautiful Heart’s Heavy Burden, metallic «heart» of the record. As you keep on listening you cannot help but recognize a strong ritualistic feeling, due of course to the tempos, but also to some strange episodes here and there: are Tibetan trumpets those ones in Observing the Absurd? The arhytmic pulse of the bass that concludes this very track at last gets normal in Rest of Tragedy, which is given the task of ending the album on a titanic note: Nonsun’s music train slowly stops and slips in the indistinct.

Black Snow Desert is an excellent drone/doom album, full of both musical and emotional nuances. The most interesting aspect is precisely the atmosphere of constant darkness, and tension, and bleakness, however not vicious. An atmosphere that periodically breaks in bursts of pure heaviness, due to pressure overloads, episodes in which the spiritual currents flowing continuously in the depths of Nonsun’s music found temporary relief.

Nonsun, Black Snow Desert, self-rel. 2016.

 

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Believe the Riff: Serpent & Wo Fat (Riffology #81)

Prima di partire con gli ascolti del nuovo anno, sia concesso ancora un momento di adorazione della divinità che qui si venera: il Riff. Con due esempi che, se non riscrivono le regole, dimostrano l’inossidabile vitalità di questo oggetto musicale e la sua efficacia espressiva, sempre rinnovata.

Il primo è degli svedei Serpent ed è il riffone blues di Leaving this World. Come non apprezzarne l’agio sfacciato con cui sgranchisce il suo gesto? Come non applaudirne l’enfasi smargiassa (con quello «Ya» che lo precede)? I vibrati, gli armonici, i rubati: tutto l’armamentario classico lucidato e brillante per una mossa a dir poco esaltante (qui x 4). Se poi tutto il brano e il disco che lo contiene sono molto belli, tanto meglio…

 

Il secondo è quello che gli Wo Fat riescono a tirar fuori dopo aver coraggiosamente deciso di affrontare il riff di Machine Gun. Onore al coraggio e al merito di aver preso un riff tanto glorioso e averlo letteralmente liquefatto in quell’ultrafuzz che è il loro marchio di fabbrica. La raffica è affidata alla sola batteria, mentre la chitarra trasforma il famoso staccato in una cosa sinuosa, rovente e quasi informe, che sta insieme per miracolo (qui x 2). Se poi anche il resto è all’altezza di cotanto spirto, ancora meglio…

 

Serpent, Leaving this World, in Nekromant, Transubstans Records 2015; Wo Fat, Machine Gun.

 

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Witchhelm, «Jötunn» (Riffology #80)

Witchhelm02

Controllando la posta elettronica la mattina del primo giorno di questo 2016 ho trovato il messaggio che annunciava l’uscita del nuovo disco dei Witchhelm (di Akron, Ohio, sì, proprio di Akron, Ohio), Jötunn. Me lo aspettavo, perché lo avevo pre-ordinato su Bandcamp e la data prevista era il 1° gennaio. Nondimeno è stato un messaggio che ho apprezzato, e non soltanto perché Jötunn è un album di occult doom curioso e vitale, e che riserva qualche sorpresa interessante (se si prescinde dalla voce effettata), ma soprattutto perché è costruito, ancora una volta, a metà del primo decennio del XXI secolo, su quell’elemento primario che è il riff. Ce ne sono cinque o sei, molto belli, che reggono tutto l’edificio, fondamentali come pilastri di calcestruzzo.

E allora, ringraziando i Witchhelm, inauguriamo un nuovo anno metallico con il riff che apre il disco:

 

Witchhelm, Jötunn, in Jötunn, Wyrmwood Records 2016.

 

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Mammoth Storm, «Augurs Echo» (Riffology #79)

Mentre si accumulano gli ascolti mancati e già premono le novità, voglio concludere quest’anno metallico con un riff che riassume bene i miei limiti e le mie gioie di ascoltatore. Lo traggo da un album molto bello, Fornjot, degli svedesi Mammoth Storm, uscito lo scorso novembre e che ho rischiato di bucare. Clamorosamente, aggiungo, perché si tratta di un ottimo manufatto stoner/doom austero, pesante e colmo di beata ostinazione e riffoni montagnosi.

Quello che qui sottolineo è il primo riff di Augurs Echo, brano di apertura del disco, che arriva dopo una introduzione di quasi tre minuti, come se fosse estratto da un bagno acido. Non si può dire che colga di sorpresa; è al tempo stesso già e mai sentito; ha quel tipico tratto di «ottusità» dovuto alla struttura molto semplice (tre note ribattute); pesca nel grave, là in basso, nel profondo (si sente il metallo delle corde); ha una spiccata vocazione ad libitum (che i MS decidono di non sfruttare); favorisce l’oscillazione del testone. Insomma, è una meraviglia:

 

Mammoth Storm, Augurs Echo, in Fornjot, Napalm Records 2015.

 

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Nothing to Win

Puoi senz’altro provare ad argomentare le ragioni della tua preferenza musicale; puoi tentare di descrivere gli sviluppi di questo genere tanto amato; in mattinata, puoi cedere all’immagine della grande famiglia metallara, tutta birra, felpe e sorrisi (come appare in una bellissima galleria di fotografie), e poi essere richiamato alla realtà, nel pomeriggio, dal cantante che si ritira perché non guadagna una lira e vorrebbe avere una famiglia (e ti senti in colpa per non aver comprato neanche un mp3 del suo gruppo); puoi leggere le recensioni e le interviste sui blog e sulle riviste diventate blog; puoi spiegare l’importanza di un gruppo bielorusso ancora sconosciuto ai più (o forse sconosciuto soltanto a te); puoi continuare ad acquistare dischi e magliette, e magari andare ancora a qualche concerto, mantenendo un contegno consono all’età. Tutto ragionevole. Ma il punto metallico è, ancora, dopo tanti anni, svegliarsi con in testa un preciso passaggio, un riff su un milione, cinque o cinquanta secondi, ripeterselo in testa tutto il giorno fino al momento in cui, indossate le cuffie notturne, ogni cosa può concentrarsi in questo immenso e impetuoso splendore:

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You can for sure try to explain your music preferences; also try to describe the evolution of this genre, what you seem to understand about it; in the morning, you can surrender to the image of the great metal family, all beer, sweatshirts and smiles (as it appears in a beautiful photo-gallery), and then be brought back to reality, in the afternoon, by the singer who gives up because he’s too poor to even think to have a family (and you feel guilty for not having bought at least one single mp3 of his group); you can read reviews and interviews on blogs and on magazines turned blogs; you can explain the importance of a Belarusian group still unknown to most people (or perhaps still unknown to you); you can keep on buying records and T-shirts, and maybe even go to a couple of concerts, behaving like the old man you are. All of this appears reasonable. But the true metal point, after all these years, is to wake up with a precise riff in mind, one in a million, five or fifty seconds, to let it resound in your head all day until when, night headphones on, everything can concentrate in this immense and mighty beauty:

 

Nothing to win. Nothing to win.

(Yob, Nothing to Win, da Clearing the Path to Ascend, 2014)

 

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Top Ten 2015 (x 4)

Quest’anno sono stato un po’ indisciplinato con gli ascolti, mi sono perso in mille rivoli e ho l’impressione di esser stato ancor meno attento del solito. Direi che è stato un anno leggermente inferiore al precedente, ma nel complesso si è difeso. Il mio giardinetto preferito (sludge/stoner/doom) lo definirei «uniformemente rigoglioso», e io ne sono un «frequentatore molto soddisfatto». Come sempre, mi sono di certo sfuggite molte uscite importanti e altre lo ottusamente ignorate. Le classifiche sono ancora quattro: per ascolti, per calcoli vari, standard e di cuore.

Porkestra  Goliathan  WoundEmpire  Grief's Infernal Flower

Top Ten 2015 [listenings]

  1. Zolle, Porkestra
  2. Weedeater, Goliathan
  3. Orchid, Sign of the Witch
  4. The Cosmic Nod, The Cosmic Nod ep
  5. Abstracter, Wound Empire
  6. Dopethrone, Hochelaga
  7. Windhand, Grief’s Infernal Flower
  8. Godspeed You! Black Emperor, Asunder, Sweet and Other Distress
  9. Goat Bong, Drudge, Dregs & Degradation ep
  10. Acid King, Middle of Nowhere, Center of Everywhere

TheCosmic Nod  Hochelaga  Asunder-sweet-and-other-distress  Luminiferous

Top Ten 2015 [obscure-calculation remix]

  1. Zolle, Porkestra
  2. Weedeater, Goliathan
  3. Orchid, Sign of the Witch
  4. The Cosmic Nod, The Cosmic Nod ep
  5. Abstracter, Wound Empire
  6. Dopethrone, Hochelaga
  7. Godspeed You! Black Emperor, Asunder, Sweet and Other Distress
  8. Goat Bong, Drudge, Dregs & Degradation ep
  9. High on Fire, Luminiferous
  10. Wo Fat, Live Juju: Wo Fat at Freak Valley

IMGoingToKillMyself  EmpathyForTheWicked  Kannon  preview

Top Ten 2015 [standard, alphabetical]

  1. Abstracter, Wound Empire
  2. Black Sheep Wall, I’m Going to Kill Myself
  3. Bong, We Are, We Were and We Will Have Been
  4. Brothers of the Sonic Cloth, Brothers of the Sonic Cloth
  5. High on Fire, Luminiferous
  6. Ommadon, Empathy for the Wicked
  7. Samothrace, Live at Roadburn 2014
  8. Sunn O))), Kannon
  9. Ufomammut, Ecate
  10. Weedeater, Goliathan

Unavailing  WeAreWeWereCover  SignOfTheWitch  LaFemmeSansTete

Top Ten 2015 [heart, alphabetical]

  1. Bismuth, Unavailing
  2. Bong, We Are, We Were and We Will Have Been
  3. Dopethrone, Hochelaga
  4. Ommadon, Empathy for the Wicked
  5. Orchid, Sign of the Witch
  6. Rorcal, La Femme sans Tete
  7. Sunn O))), Kannon
  8. Weedeater, Goliathan
  9. Windhand, Grief’s Infernal Flower
  10. Zolle, Porkestra

MonolithVII  MonolithV  MonolithIII  SingleHitters3

Infine una menzione molto speciale per i Monolith, che a partire da febbraio hanno pubblicato un album al mese per un totale di 7h e 14’ di drone/doom: un esperimento notevole e tuttora in corso.

 

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Organ, «Tetro»

TetroLa prima cosa da dire è anche la più semplice: che bel disco! Tetro, opera prima dei bellunesi Organ, è un album di grandi soddisfazioni per il consumatore di doom. Molte sono le cose che possono piacere: i due assi primari di riferimento (Wizard e Ufomammut), debitamente meditati e fatti propri; lo spostamento in secondo piano della voce, quasi in funzione decorativa; il suono roccioso e massiccio; il basso molto «grasso»; l’uso dell’ostinato e della ripetizione (che servono, tra l’altro, a riscattare in pieno quella singolare tentazione intellettualistica di molto metal italiano assimilabile). E poi ci sono i riff, ce ne sono tre in particolare, che pur inserendosi in una precisa genealogia, hanno personalità e si stagliano come montagne il cui profilo hai imparato a riconoscere:

Il primo riff di Slave Ship, molto «italiano», verrebbe da dire, ripetuto abbastanza perché se ne possa apprezzare la solidità e l’insolito movimento «a pendolo»; quello di Witch House; quello di Kholat Syakhl, che fonde i due riferimenti di cui sopra in un ottimo esemplare di peso e potenza, a forza di semitoni – pezzi pregiati. E infine c’è la coda di Enuma Anu Enlil, bella e ostinata, interrotta senza un perché, così da far pensare a una promessa di nuova musica a venire – si spera presto.

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The first thing to say is also the simplest: what a good record! Tetro, Organ’s debut (from Belluno, Italy), is a really satisfying dish for doomsters. There are many things you can enjoy: the two main landmarks (Wizard and Ufomammut), duly pondered and absorbed; the dislocation of the voice on the second line; a rock solid sound; a «fat» and large bass; a smart use of repetition and ostinato (the right tools to block the characteristic cerebral temptation of some Italian metal). And then there are the riffs, three of them in particular, that while belonging to a precise family, have personality and stand out like mountains whose profiles you have learned to recognize:

The first riff of the Slave Ship, very «Italian», one might say, repeated enough to appreciate its strongness and the unusual, oscillating movement; the Witch House’s one; and the riff of Kholat Syakhl that combines the two aforementioned elements in an excellent example of weight and power – very good ones, all three of them. And finally Enuma Anu Enlil’s coda, beautiful and droning, ending without a reason, like a promise of the music to come – hopefully soon.

Organ, Tetro, self-released 2015.

 

 

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Bismuth, «Unavailing»

UnavailingMentre noi appassionati di drone/doom siamo inebriati dall’ultimo, magnifico album dei Sunn O))), il rischio è quello di mettere da parte troppo in fretta, o passare sotto silenzio, il nuovo disco (il loro primo full-lenght) dei Bismuth, e sarebbe un peccato, perché Unavailing è un oggetto musicale nero, levigato e lucente di bellezza inattesa.

In cerca di una definizione per la musica dei Bismuth – cioè di Tanya Byrne (basso e voce) & Joe Rawlings (batteria e un accenno di chitarra), da Nottingham –, opterei per un «deep doom scarno e ciò nonostante maestoso». Uno dei tratti più interessanti della loro formula, i cui assi cartesiani sono gravità e lentezza, è la capacità di aprire spazi luminosi e arieggiati negli oscuri tunnel sotterranei che sono i loro brani (qui tutti e quattro oltre i dodici minuti di durata): in questi spazi, in queste temporanee sospensioni dell’escavazione, la voce spegne l’urlo e si alleggerisce e il muro sonoro si rarefa – si rifiata un momento prima di cacciarsi di nuovo sotto.

Là dove ci si potrebbe inoltre aspettare un fronte musicale senza reali variazioni, i quattro brani di Unavailing offrono ciascuno una nota distinta, esplorando tutte le possibilità offerte da un organico ridotto e dal dio degli amplificatori: piccoli cambiamenti di tempo, uso di crescendo e diminuendo, alternanze timbriche, feedback – e, naturalmente, riff: pochi ma pesantissimi e micidiali. All’interno dei sessanta minuti di Unavailing la mia personale predilezione va a Holocene Extinction, ai tuoni che le aprono e ai suoi ultimi momenti di pura estasi heavy, e alla conclusiva, disperata e formidabile marcia di Solitude and Emptiness.

Tanya Byrne ha dedicato l’album al padre, John, che l’ha incoraggiata a produrre riff sin dalla giovane età: sì, grazie davvero, Mr Byrne.

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While we fans of drone/doom are intoxicated by the new, great record of Sunn O))), the risk is to put aside too quickly, or ignore, the new album (their first full-length) of Bismuth, and it would be a real shame, because Unavailing is a black and polished musical object, and shiny of unexpected beauty.

Looking for a definition, I’d say that Bismuth – i.e. Tanya Byrne (bass and vocals) & Joe Rawlings (drums and a hint of guitar), from Nottingham –, play a «bald and yet majestic deep doom». One of the most interesting thing of their formula, built on gravity and slowness (and we love low & slow), is the ability to open bright and airy spaces in the dark underground tunnels to which their songs resemble: in these spaces, these temporary suspensions of the excavation, the voice slids off the scream and gets lighter, and the wall of sound opens a little – a moment of breath before plunging back down.

Where one might also expect a musical landscape with no real changes, the four tracks of Unavailing (all over twelve minutes of duration) offer each a distinct feel, exploring all the possibilities offered by the reduced team and by the Amp God: small changes of time, smart use of crescendo and diminuendo, little tonal alternations, feedback – and, of course, riff: a few but very heavy and very deadly Riffs. Within the sixty minutes of Unavailing my personal choice would be Holocene Extinction, its initial thunders and its last minutes of pure heavy ecstasy, and the final, desperate and formidable march of Solitude and Emptiness.

Tanya Byrne dedicated the album to his father, John, who encouraged her «to play riffs from a young age»: oh yes, thank you very much indeed, Mr. Byrne!

Bismuth, Unavailing, Dry Cough Records 2015.

 

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Promenade métallique (#45): Bog; Zeit; Bomg

BogVancouver  Trummer2  Polynseeds

1. Non ho difficoltà ad ammettere di aver preso il primo, omonimo album dei Bog, per il loro nome. Da qualche tempo, infatti, oltre a essere interessato alla realtà che vi è dietro, sono attirato dal termine «bog» in tutte le sue risonanze. Vi sono, peraltro, diverse band che si fregiano di questo nome tanto semplice quanto affascinante, ma in questo caso mi riferisco al quintetto di Vancouver, artefice di un «sludge/doom/noise» piuttosto grezzo e scomposto, e perciò tutt’altro che disprezzabile. Il suono di chitarra, poi, è abbastanza paludoso e marcescente da giustificare e onorare il nome del gruppo (menzione speciale a Serpents Altar), e quindi è okay per me.

2. Mi è piaciuto molto il black/sludge, come lo chiamano loro, degli Zeit, trio tedesco attivo da qualche anno. Il loro ep Trümmer si distingue, oltre che per il suono grezzo e urgente, per l’uso strumentale della voce, filtrata e trasformata in una specie di fiamma ossidrica. L’ep è registrato live e dimostra soltanto gli aspetti positivi di una scelta del genere. Il codice chitarristico e ritmico è ben descritto dall’etichetta che si sono dati, e le varie matrici (black, death e sludge) si alternano e sfumano una nell’altra con un effetto complessivo di dinamismo e aggressività molto riuscito. Bello.

3. Sul versante stoner/doom, e di quello in particolare basato quasi esclusivamente sulla ripetizione, ho ascoltato con crescente soddisfazione gli ucraini Bomg, il loro album Polynseeds, che ha già un paio di anni, e il più recente split con i Khola Cosmica, che ospita un mastodonte di mezz’ora. C’è chi dopo quindici minuti di questi riff, di evidente derivazione, non aspetta altro che di aprire la finestra per dissipare la cortina di fumo, e c’è invece chi ricomincia da capo, indomito, tutto ingolfato dal fuzz e dal wah e preso da un suo ritmo interiore…

Bog, Bog, self-rel. 2015; Zeit, Trümmer, self-rel. 2015; Bomg, Polynseeds, self-rel. 2013.

 

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Promenade métallique (#44): Abstracter; Ancient Altar; Drowning Horse

WoundEmpire  DeadEarth  ShelteringSky

1. Un disco come Wound Empire degli Abstracter può passare facilmente inosservato dentro al flusso ininterrotto del metal che sgorga da ogni parte del mondo, sicché sono ben contento che me l’abbiano fatto notare, perché è uno splendido disco di sludge/doom aggressivo e ineccepibile. Non ci sono caratteristiche di particolare originalità in questo secondo album dei californiani (di Oakland, attivi dal 2010), ma c’è di sicuro un suono poderoso e una perfetta unione dei quattro elementi primari (Voce, Batteria, Basso e Chitarra come Aria, Acqua, Terra e Fuoco). In ognuno dei quattro brani, piuttosto omogenei, c’è qualcosa di interessante, come il clangore iniziale di Lightless che a poco a poco sfocia nel furore, o come la bellissima e meditativa prima parte di Glowing Wounds. Wound Empire è il classico lavoro che testifica, per me, il buono stato di salute del genere; non è un disco isolato, e si potrebbero fare i nomi di molte band che insistono sullo stesso territorio sonoro, ma non m’interessa, perché è anch’esso un fatto positivo, segno di fecondità e vitalità.

2. E appunto nel medesimo territorio si posizionano anche i californiani (di LA) Ancient Altar («a slow burning doom/sludge combo» attivo dal 2013), anch’essi al secondo album con Dead Earth. La miscela sonora è più ruvida, i tempi sono più variati e il tono è in generale un po’ più cattivo. Ripensando all’esordio dell’anno scorso, i brani si sono allungati, il suono si è arricchito di altri ingredienti (comunque marginali, rispetto ai quattro elementi) e si è creato spazio per episodi che sembrano provenire da codici metallici diversi. Come nell’esordio c’era un brano che spiccava sul resto (la fantastica Ek Balam), qui la potenza si concentra sulla conclusiva Void, con un riffone risolutivo di magnitudo 8 che mette un po’ tutti d’accordo.

3. In territorio limitrofo, un altro ottimo «secondo album» è Sheltering Sky dei cinque australiani (di Perth) Drowning Horse. Qui il paesaggio è forse più desolato e la stella polare è, tanto per cambiare, la pesantezza, senza fronzoli. Anche qui, tuttavia, i quattro elementi primari si fondono, soprattutto nei momenti di maggior tensione (la ritualistica e conclusiva Sacrifice), con forza non comune. Lo spazio musicale evocato è più ampio (è un disco di oltre 75 minuti), e i DH si prendono tutto il tempo per addensare la massa necessaria per le immane esplosioni, come nel caso della sontuosa Cursed, che ha bisogno di 9 minuti prima di deflagrare. In questa generale dilatazione – vedi Echoes e The Barrow Stones, oltre a Cursed – i DH fanno largo uso della ripetizione, ma vi aggiungono anche con efficacia molti spunti drone, realizzando estese meditazioni di quello che più o meno esplicitamente viene chiamato spiritual doom (esempi più concisi, ma molto interessanti per l’ambiguità della forma sono Black Waters e Dying Words). D’altra parte che i clamorosi riffoni doppiati dall’urlo belluino possano essere introspettivi non è scoperta di ieri, e i DH ne infilano una serie di alta qualità.

Abstracter, Wound Empire, Vendetta Records 2015; Ancient Altar, Dead Earth, Black Voodoo Records 2015; Drowning Horse, Sheltering Sky, Art as Catharsis Records 2015.

 

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