Elegant moves: Messa, «Belfry»

BelfryMy dear friend,

you know sometimes – quite often – I get stuck with a riff, or with a little detail. It’s quite common for a metalhead: after a couple of listenings, the whole album is almost forgotten, and you keep coming back to the same song, over and over, the counter flies, and in a while you would like that particular piece of metal to be heard in every corner of the town, night and day. Your inner-headbanging never stops, your inner-air-guitaring sometimes reaches the surface.

I owe the last occurrence of this brilliant phenomenon to Italian doomsters Messa, and to their first lp Belfry. It’s a good album, actually very good: well written, assembled, played & sung, and I’d like to write to you about its many virtues: the classic feeling, the riff outfit, the unusual episodes, the burning guitar solos (including several nice hommages, to the Skynyrds for instance), the clarinet & the sax (Blood is excellent), the nice cover and the rain, etc., but… But this evening two of its riffs took the stage, and now I hear only them, anything but them: the main riff of Babalon, and the second riff of Outermost.

So, get the album, but first I urge you to listen to those riffs: they are open-winged, they have a sad smile, a melancholic twist, they are a little slower than what you could expect, they are sticky like glue, and elegant like an old man move.

Yours heavily, mp

Messa, Belfry, Aural Music 2016.

 

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Believe the Riff: Serpent & Wo Fat (Riffology #81)

Prima di partire con gli ascolti del nuovo anno, sia concesso ancora un momento di adorazione della divinità che qui si venera: il Riff. Con due esempi che, se non riscrivono le regole, dimostrano l’inossidabile vitalità di questo oggetto musicale e la sua efficacia espressiva, sempre rinnovata.

Il primo è degli svedei Serpent ed è il riffone blues di Leaving this World. Come non apprezzarne l’agio sfacciato con cui sgranchisce il suo gesto? Come non applaudirne l’enfasi smargiassa (con quello «Ya» che lo precede)? I vibrati, gli armonici, i rubati: tutto l’armamentario classico lucidato e brillante per una mossa a dir poco esaltante (qui x 4). Se poi tutto il brano e il disco che lo contiene sono molto belli, tanto meglio…

 

Il secondo è quello che gli Wo Fat riescono a tirar fuori dopo aver coraggiosamente deciso di affrontare il riff di Machine Gun. Onore al coraggio e al merito di aver preso un riff tanto glorioso e averlo letteralmente liquefatto in quell’ultrafuzz che è il loro marchio di fabbrica. La raffica è affidata alla sola batteria, mentre la chitarra trasforma il famoso staccato in una cosa sinuosa, rovente e quasi informe, che sta insieme per miracolo (qui x 2). Se poi anche il resto è all’altezza di cotanto spirto, ancora meglio…

 

Serpent, Leaving this World, in Nekromant, Transubstans Records 2015; Wo Fat, Machine Gun.

 

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Witchhelm, «Jötunn» (Riffology #80)

Witchhelm02

Controllando la posta elettronica la mattina del primo giorno di questo 2016 ho trovato il messaggio che annunciava l’uscita del nuovo disco dei Witchhelm (di Akron, Ohio, sì, proprio di Akron, Ohio), Jötunn. Me lo aspettavo, perché lo avevo pre-ordinato su Bandcamp e la data prevista era il 1° gennaio. Nondimeno è stato un messaggio che ho apprezzato, e non soltanto perché Jötunn è un album di occult doom curioso e vitale, e che riserva qualche sorpresa interessante (se si prescinde dalla voce effettata), ma soprattutto perché è costruito, ancora una volta, a metà del primo decennio del XXI secolo, su quell’elemento primario che è il riff. Ce ne sono cinque o sei, molto belli, che reggono tutto l’edificio, fondamentali come pilastri di calcestruzzo.

E allora, ringraziando i Witchhelm, inauguriamo un nuovo anno metallico con il riff che apre il disco:

 

Witchhelm, Jötunn, in Jötunn, Wyrmwood Records 2016.

 

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Mammoth Storm, «Augurs Echo» (Riffology #79)

Mentre si accumulano gli ascolti mancati e già premono le novità, voglio concludere quest’anno metallico con un riff che riassume bene i miei limiti e le mie gioie di ascoltatore. Lo traggo da un album molto bello, Fornjot, degli svedesi Mammoth Storm, uscito lo scorso novembre e che ho rischiato di bucare. Clamorosamente, aggiungo, perché si tratta di un ottimo manufatto stoner/doom austero, pesante e colmo di beata ostinazione e riffoni montagnosi.

Quello che qui sottolineo è il primo riff di Augurs Echo, brano di apertura del disco, che arriva dopo una introduzione di quasi tre minuti, come se fosse estratto da un bagno acido. Non si può dire che colga di sorpresa; è al tempo stesso già e mai sentito; ha quel tipico tratto di «ottusità» dovuto alla struttura molto semplice (tre note ribattute); pesca nel grave, là in basso, nel profondo (si sente il metallo delle corde); ha una spiccata vocazione ad libitum (che i MS decidono di non sfruttare); favorisce l’oscillazione del testone. Insomma, è una meraviglia:

 

Mammoth Storm, Augurs Echo, in Fornjot, Napalm Records 2015.

 

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Luna Sol, «Death Mountain» (Riffology #78)

BloodMoon

Blood Moon dei Luna Sol è un disco di stoner/desert (il loro primo) molto divertente, con tanti echi quanti sono i gruppi che il chitarrista David Angstrom ha frequentato e costeggiato. È cantato e suonato in scioltezza e padronanza totale della struttura. È pieno di riff, ganci, armonizzazioni e ospiti illustri (John Garcia compreso). Fa piacere che ne vengano ancora registrati, di dischi del genere, perché assicurano la fertilità del terreno, la corretta idratazione dei tessuti. E non da ultimo perché ci trovi un riffone sussultante come quello di Death Mountain, in cui l’eco diventa praticamente un dolente omaggio. Corposo, muscolare, di sostanza (x4):

Luna Sol, Death Mountain, in Blood Moon, Cargo Records 2015.

 

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The Cosmic Nod, «Old Hemp» (Riffology #77)

TheCosmic Nod

Fresca fresca da Cardiff arriva una mezz’ora di eccellente neo-stoner firmata The Cosmic Nod. L’eterna trinità chitarra, basso & batteria si incarna questa volta in Mat Warren, Owen Griffleson & Luke Llewellyn (con qualche aiuto di un paio di amici), che con tutta evidenza sono venuti al mondo per fare questo, tale è l’agio e al tempo stesso la freschezza con cui si distendono su una formula arcinota ma che non ammette inganni, recite o falsità. La dimostrazione di quanta autentica passione ci sia in questi due brani è tangibile in due momenti speciali: anzitutto l’accensione del «motore stoner», a 3’37” di Black Rubber (un tipo di break che, ben fatto, funziona sempre), e poi nel grandioso e trionfale riffone a metà di Old Hemp, non soltanto per la sua debordante pienezza, ma anche per la rampa di lancio sulla quale viene sistemato al minuto 5’45” (di 13’19”) per decollare circa un minuto dopo e suonare così (x 3):

 

The Cosmic Nod, Old Hemp, in The Cosmic Nod EP, self-rel. 2015.

 

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Slumber Lord, «Ocean» (Riffology #76)

SlumberLord

Questa è una cosa che mi piace della mia musica preferita. Su Bandcamp seguo diversi utenti le cui indicazioni nel tempo ho imparato ad apprezzare. Uno di essi qualche giorno fa, tramite le mail periodiche inviate dalla piattaforma, ha attirato la mia attenzione su una band oscura e sui suoi tre brani sepolti, aggiungendo: «Came by this three track demo while down the bandcamp mines and thought I would bring it back to the surface…». E così sono approdato al Demo 2013 degli Slumber Lord, gruppo norvegese del quale non si sa nulla, eccetto la dichiarata provenienza dalla cittadina di Fusa, affacciata sul Fusafjorden nello Hordaland, e forse il nome di uno dei membri. Un’altra cosa l’ho scoperta subito: che la qualità del fuzz dei 27 minuti scarsi di stoner/doom offerti dagli SL è assai buona. Andranno avanti? Chissà, c’è da sperarlo. Intanto mi crogiolo nel riff secondario di Ocean: un lungo rettile che si muove come un onda in un dolce mare di fango. Si dirà: ma l’avrai già sentito un riff siffatto… E la risposta è no, oppure sì, oppure forse, perché in fondo è importante, ma non del tutto, poiché come ha detto sua maestà Mike Scheidt in un’intervista pubblicata oggi: «Penso che nel doom si possa avvertire la falsità di un riff quasi subito: non gli cresce niente intorno. Che si tratti dei Neurosis o di Wino o degli Sleep, penso che tu debba veramente “intenderlo” perché il riff funzioni. Se lo stile prevale sulla sostanza, potrà anche essere buono, ma non avrà quel tipo di forza capace di scavarti dentro».

Eccolo qui:

 

Slumber Lord, Ocean, in Demo 2013, self-rel. 2013.

 

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Rainbow, «L.A. Connection» (Riffology #75)

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Terza delle ipostasi della mia personale trinità primaria del riff («personale» non certo per originalità, tanto che potrei anche chiamarla la «trinità dell’acqua calda»), non meno riverita delle altre, Ritchie Blackmore è forse la meno frequentata oggigiorno, per una serie di motivi che in questa rubrica non contano. E infatti, ogni volta che a lei porgo l’ascolto, m’inchino ora con la stessa venerazione d’allora. Senza contare che se ieri ne potevo vedere soltanto alcune fotografie, oggi il gesto apparentemente carico di inesauribili nevrosi e di colossali insoddisfazioni è apprezzabile anche in movimento.

Sicché, con un manovra di avvicinamento laterale (certi monumenti sono quasi intoccabili), da quel riffario cristallino che è Long Live Rock ‘n’ Roll (peraltro cantato a tutta possa da Ronnie James Dio e picchiato chirurgicamente da Cozy Powell), non scelgo quello canonico Kill the King, bensì il riff di L.A. Connection, un animaletto sinuoso e avvelenato, tutto scatti e trattenute che sarebbe potuto finire tra le mani di Stevie Ray Vaughn.

 

Rainbow, L.A. Connection, in Long Live Rock ‘n’ Roll, Polydor 1978.

(p.s. Quanto al gesto si può sempre rivedere il video di Kill the King a Monaco.)

 

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White Dwarf, «Introspectronaut» (Riffology #74)

cover

Che l’ottimo ISM Demo degli svedesi White Dwarf sia un palese omaggio alle divinità del doom e dello stoner lo sanno loro per primi: è lì da sentire. Ma c’è omaggio e omaggio, e lì da sentire ci sono quattro brani, quasi strumentali, non banalmente derivativi, che mostrano invece una sorgente di propulsione sorprendentemente profonda e solida per dei musicisti così giovani. Quattro brani dal suono granuloso e grezzo, zeppi di riff succulenti, che suonano come qualcosa di più di un’interessante promessa. Mi auguro che Söderlund, Rosenbaum & Roth possano registrare presto altro materiale e intanto metto in repeat il riff di Introspectronaut: quando ti presenti con un biglietto da visita del genere è inevitabile suscitare un certo tipo di aspettative. (E la qualità è anche la possibilità di andare ad libitum, qui x 3.)

 

White Dwarf, Introspectronaut, in ISM Demo, self-rel. 2015.

 

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Dopethrone, «Riff Dealer» (Riffology #73)

Hochelaga

La mia adesione incondizionata ai canadesi Dopethrone risale al loro esordio del 2009, Demonsmoke: adesione al loro suono «grasso», al loro atteggiamento sonoro (che mi pare ottimamente estrapolato dai Wizard con l’aggiunta di una buona dose di ironia), a un riffage che loro stessi definiscono «filthy, grimy and about as elegant as a sledgehammer to the sternum». Il nuovo album, intitolato alla loro città di provenienza, Hochelaga, è ancora più bello dei precedenti e va fatto risuonare un po’ di volte e a volume adeguato: gli va dato il giusto tempo, affinché i sette brani che contiene possano dispiegare la potenza dei loro riff. Sono riff apparentemente semplici e noti, a «effetto valanga», cioè più grossi a ogni ripetizione, suonati con veemenza, in alcuni passaggi letteralmente pestati (la produzione giustamente non cancella spigoli metallici, stridii, clangori involontari), gonfi, pesanti, torridi.

A me piacciono tutti e sette i riff primari di Hochelaga, sette preghiere sludge per i giorni della settimana, ma volevo sceglierne uno, e così ecco quello di Riff Dealer, anche in onore del titolo:

 

Dopethrone, Riff Dealer, in Hochelaga, Totem Cat Records 2015.

 

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