Somewhere down: Trapped Within Burning Machinery; Crawl; Monuments of Urn (Promenade métallique # 48)

TheFifthElement  RiseFeastBroken

My dear friend,

I think I’ve already told  you that I like albums, that I try to think in terms of albums. Still, no shame in getting stuck sometimes in single tracks. This weeks, for instance, I got really stuck in three quite long tracks, for no particular reasons, but that they are very good and well meant.

The first one is a funeral doom song, taken btw from an excellent funeral doom album: it’s the opening track, Leeloo, of Trapped Within Burning Machinery’s second album, The Fifth Element, which I think completely deserves your darkest attention. It has almost everything that is needed: the mandatory lenght, just under 15’; the slow chanting introduction; the mighty riff – well, really mighty, able to support almost ten minutes of repetitions and variations; the screams, the despair & the glide towards the low end; the epic feeling; the crescendo into diminuendo ending. It may seem that I’m talking about an average f-d track: definitely not! Because everything is put together with a lot of sense & sensibility. You can easily restart it how many times you want – and that riff is really made of stone.

The second one is a huge slab of drone/doom, signed by Claw, a powerful trio of gentlemen from Atlanta, Georgia. It’s called Rise. Feast, and it’s a 18’ track published as a single. Built upon a very little sonic cell, deeply explored and exploited, it’s a beautiful exercise in obstinacy, which you know I like a lot. It’s a dark string meditation, slowly descending like a spiral towards a black subterranean lake of resounding nothingness.

And then we have the seventh one-track ep from the quite mysterious, and prolific (I urge you to explore everything), New England one-man-band Monument of Urns: Broken. A 20’ dark pit of sludge/drone/doom, with no windows, no air, no light. What is there to like here, you may ask. Don’t ask, just drown in the sound, in the raw, rough & restless sound that seems to gush from some kind of being trapped down below.

Yours heavily, mp

Trapped Within Burning Machinery, Leeloo, in The Fifth Element, Midnite Collective 2015; Crawl, Rise. Feast, Stone Groove Records, 2016; Monument of Urns, Broken, Hand Hewn Timbre 2015.

 

Salva

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Heavy Metal Grandeur: Holy Grove, Belzebong, Curse the Son (Promenade métallique #47)

HolyGrove  Greenferno  Isolator

There is a specific moment when I start listening to a heavy metal album for the first time in which I, as a metalhead, say to myself: well, I’m home. Of course it involves the sound, the genre premises, very often the riff, but it is not just this. Usually it happens a few moments after the first notes of introduction, and I would describe it as a big, welcoming gesture, as if the sound itself opens up to embrace the surrounding world. This has nothing to do with a particular genre, or an operatic attitude, no, it’s just the heavy metal grandeur, because a huge riff is not a feeble light in a back alley, it’s a tentative sun, although sometimes a black one.

Here are three examples from my recent listenings, taken from three very good records, full of good things and surprises after that exciting moment.

Death of Magic, first track of the first self-titled full-lenght by Holy Grove, has no intro, but with a rumble gets you right into it, the rolling riff grabs you like a dancer picking you up to the floor, and you start banging silently your head.

Diabolical Dopenosis, first track of the new album by Belzebong, Greenferno, opens with few strokes, the customary movie sample, and drown you right away in the big sea of heavy fuzz: and you’ll be carried away on the huge waves of doom for half an hour and more.

Isolator, the title track of the new album by Curse the Son, starts like a jazz-trio meditation, dangles on a nice riff, and then lands on the back of a marching cyclop («The sound of dinosaurs walking the Earth», they say of their music).

Holy Grove, Holy Grove, Heavy Psych Sounds 2016; Belzebong, Greenferno, Emetic Records 2015; Curse the Son, Isolator, self-released 2016.

 

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Allegra serietà metallara: Augustine Azul; Izo (Promenade métallique #46)

Augustine Azul cover  IZO cover

1. A ripensarci la cosa che in questi mesi mi ha spinto a riascoltare più e più volte l’ep d’esordio degli Augustine Azul è la «gioia metallara» che sprigiona. Il power trio stoner brasiliano (di João Pessoa) sembra letteralmente danzare sulle sue note, trascinato soprattutto da una sezione ritmica formidabile. Dentro gli schemi collaudati, ma ancora capienti, del genere (che loro chiamano «instrumental progressivo») i tre infondono una vitalità entusiasmante che rende un po’ tutto nuovo. Basta l’attacco di 3>1 per ritrovarsi all’istante sull’ottovolante (e per ritrovare nella parte centrale del brano la perfetta dimostrazione dell’efficacia dell’unisono a tre – e gli antenati che vengono in mente qui sono nobilissimi…) e divertirsi un sacco. Da ascoltatore egoista spero che sia soltanto l’inizio…

2. A ripensarci la cosa che mi è piaciuta di più dell’omonimo album di debutto degli Izo è la «serietà metallara». Serietà con la quale il quartetto di Lecce dispone le proprie idee, prevalentemente sludge, e le esegue; serietà nel mettere sul tavolo le proprie influenze dichiarate e da lì partire verso altre direzioni (usando soprattutto la doppia chitarra); serietà nella scelta solo strumentale; serietà nella evidente preparazione che sta dietro il risultato finale. Izo è un disco potente ed eseguito con intenzione in ogni singolo passaggio, costruito attorno a quattro brani medio-lunghi che definiscono soprattutto un suono, steso come una corda tra un estremità più rarefatta (dove si possono apprezzare le distinte personalità dei quattro protagonisti) e una decisamente heavy (dove i quattro diventano uno – la mia preferita). Hikikomori è un esempio perfetto di questa doppia anima, serenamente diluita e improvvisamente concentrata a distanza di pochi secondi. Da ascoltatore egoista spero che sia soltanto l’inizio…

Augustine Azul, Ep 2015 self-rel.; Izo, Izo, Acid Cosmonaut Records 2016.

 

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Promenade métallique (#45): Bog; Zeit; Bomg

BogVancouver  Trummer2  Polynseeds

1. Non ho difficoltà ad ammettere di aver preso il primo, omonimo album dei Bog, per il loro nome. Da qualche tempo, infatti, oltre a essere interessato alla realtà che vi è dietro, sono attirato dal termine «bog» in tutte le sue risonanze. Vi sono, peraltro, diverse band che si fregiano di questo nome tanto semplice quanto affascinante, ma in questo caso mi riferisco al quintetto di Vancouver, artefice di un «sludge/doom/noise» piuttosto grezzo e scomposto, e perciò tutt’altro che disprezzabile. Il suono di chitarra, poi, è abbastanza paludoso e marcescente da giustificare e onorare il nome del gruppo (menzione speciale a Serpents Altar), e quindi è okay per me.

2. Mi è piaciuto molto il black/sludge, come lo chiamano loro, degli Zeit, trio tedesco attivo da qualche anno. Il loro ep Trümmer si distingue, oltre che per il suono grezzo e urgente, per l’uso strumentale della voce, filtrata e trasformata in una specie di fiamma ossidrica. L’ep è registrato live e dimostra soltanto gli aspetti positivi di una scelta del genere. Il codice chitarristico e ritmico è ben descritto dall’etichetta che si sono dati, e le varie matrici (black, death e sludge) si alternano e sfumano una nell’altra con un effetto complessivo di dinamismo e aggressività molto riuscito. Bello.

3. Sul versante stoner/doom, e di quello in particolare basato quasi esclusivamente sulla ripetizione, ho ascoltato con crescente soddisfazione gli ucraini Bomg, il loro album Polynseeds, che ha già un paio di anni, e il più recente split con i Khola Cosmica, che ospita un mastodonte di mezz’ora. C’è chi dopo quindici minuti di questi riff, di evidente derivazione, non aspetta altro che di aprire la finestra per dissipare la cortina di fumo, e c’è invece chi ricomincia da capo, indomito, tutto ingolfato dal fuzz e dal wah e preso da un suo ritmo interiore…

Bog, Bog, self-rel. 2015; Zeit, Trümmer, self-rel. 2015; Bomg, Polynseeds, self-rel. 2013.

 

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Promenade métallique (#44): Abstracter; Ancient Altar; Drowning Horse

WoundEmpire  DeadEarth  ShelteringSky

1. Un disco come Wound Empire degli Abstracter può passare facilmente inosservato dentro al flusso ininterrotto del metal che sgorga da ogni parte del mondo, sicché sono ben contento che me l’abbiano fatto notare, perché è uno splendido disco di sludge/doom aggressivo e ineccepibile. Non ci sono caratteristiche di particolare originalità in questo secondo album dei californiani (di Oakland, attivi dal 2010), ma c’è di sicuro un suono poderoso e una perfetta unione dei quattro elementi primari (Voce, Batteria, Basso e Chitarra come Aria, Acqua, Terra e Fuoco). In ognuno dei quattro brani, piuttosto omogenei, c’è qualcosa di interessante, come il clangore iniziale di Lightless che a poco a poco sfocia nel furore, o come la bellissima e meditativa prima parte di Glowing Wounds. Wound Empire è il classico lavoro che testifica, per me, il buono stato di salute del genere; non è un disco isolato, e si potrebbero fare i nomi di molte band che insistono sullo stesso territorio sonoro, ma non m’interessa, perché è anch’esso un fatto positivo, segno di fecondità e vitalità.

2. E appunto nel medesimo territorio si posizionano anche i californiani (di LA) Ancient Altar («a slow burning doom/sludge combo» attivo dal 2013), anch’essi al secondo album con Dead Earth. La miscela sonora è più ruvida, i tempi sono più variati e il tono è in generale un po’ più cattivo. Ripensando all’esordio dell’anno scorso, i brani si sono allungati, il suono si è arricchito di altri ingredienti (comunque marginali, rispetto ai quattro elementi) e si è creato spazio per episodi che sembrano provenire da codici metallici diversi. Come nell’esordio c’era un brano che spiccava sul resto (la fantastica Ek Balam), qui la potenza si concentra sulla conclusiva Void, con un riffone risolutivo di magnitudo 8 che mette un po’ tutti d’accordo.

3. In territorio limitrofo, un altro ottimo «secondo album» è Sheltering Sky dei cinque australiani (di Perth) Drowning Horse. Qui il paesaggio è forse più desolato e la stella polare è, tanto per cambiare, la pesantezza, senza fronzoli. Anche qui, tuttavia, i quattro elementi primari si fondono, soprattutto nei momenti di maggior tensione (la ritualistica e conclusiva Sacrifice), con forza non comune. Lo spazio musicale evocato è più ampio (è un disco di oltre 75 minuti), e i DH si prendono tutto il tempo per addensare la massa necessaria per le immane esplosioni, come nel caso della sontuosa Cursed, che ha bisogno di 9 minuti prima di deflagrare. In questa generale dilatazione – vedi Echoes e The Barrow Stones, oltre a Cursed – i DH fanno largo uso della ripetizione, ma vi aggiungono anche con efficacia molti spunti drone, realizzando estese meditazioni di quello che più o meno esplicitamente viene chiamato spiritual doom (esempi più concisi, ma molto interessanti per l’ambiguità della forma sono Black Waters e Dying Words). D’altra parte che i clamorosi riffoni doppiati dall’urlo belluino possano essere introspettivi non è scoperta di ieri, e i DH ne infilano una serie di alta qualità.

Abstracter, Wound Empire, Vendetta Records 2015; Ancient Altar, Dead Earth, Black Voodoo Records 2015; Drowning Horse, Sheltering Sky, Art as Catharsis Records 2015.

 

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Semper fu(zz): Fuzziebär; Child; 4 Cíenegas (Promenade métallique #43)

Fuzziebar  Child  4Cienegas

Sempre uguale e sempre diverso, il fuzz: perfetta combinazione di arcinoto e di reinventabile, variabile in mille declinazioni, saturo, dilagante e lustrale.

1. Teso e molto dinamico è quello dei tedeschi Fuzziebär, nell’omonimo esordio di quest’anno (cantato in tedesco). Sbattuto in faccia, il loro «stoner-punzz» sembra trasportare la California in Sassonia: inevitabilmente gli angoli si appuntiscono e tutto diventa ruvido e nervoso. Anche quando si aprono inattese linee vocali più ammorbidite, sotto c’è sempre un gran lavoro di chitarra (e di basso&batteria), aggressivo e bellicoso, e il fuzz è volta a volta una lama molto tagliente, una manata rabbiosa, un maglio ostinato.

2. Molto rilassato e disteso è invece quello degli australiani Child, nell’omonimo esordio dell’anno scorso. Il fuzz qui è disposto su linee blues che sembrano a volte risalire ai grandi degli anni ’60 e ’70, e i brani procedono per successivi allargamenti e allagamenti, su ritmi molto tranquilli, punteggiati di assoli di prima qualità. Sotto la superficie si snodano frasi molto belle, morbide e sinuose. Non c’è fretta, abbiamo tutto il tempo del mondo. Il fuzz è una carezza appena un po’ più pronunciata, dolcissimo e seducente.

3. Liquido e rovente è quello dei messicani 4 Cíenegas, nell’omonimo esordio di quest’anno. Le strutture dei brani, strumentali, sono semplici: l’assoluto protagonista è il suono, letteralmente fuso (non per niente tre delle quattro cíenega vengono dalle fila dei Vinnum Sabbathi e dei Bar de Monjas). Anche in questo caso i tempi sono perlopiù comodi, perfetti perché il fuzz possa depositarsi e coprire ogni cosa, come un mantello dorato.

Fuzziebär, Lach- und Krachgeschichten, self-rel. 2015; Child, Child, Kozmik Artifactz 2014; 4 Cíenegas, 4 Cíenegas, self-rel. 2015.

 

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Möbius; Monolith; Judd Madden (Promenade métallique #42)

TheMagicOfMacabre  SingleHitters3  WaterfallII

1. Ho apprezzato molto la vena malinconica del doom dei Möbius, duo strumentale slovacco chitarra & batteria (una formazione per la quale ho sempre un debole), ben distinguibile sin dalle prime note di The Magic of Macabre e non affidata a effetti o decorazioni, bensì al tono della chitarra: una combinazione molto riuscita di ronzio, gravità (del suono), distorsione e sustain. I Möbius distendono il loro lamento su lunghe distanze, come nei sedici minuti e passa di Eternal Weeping of Agonies (un titolo che non lascia spazio ad ambiguità), che sfociano in un intermezzo per trio d’archi, molto singolare per un disco metal, ma particolarmente efficace e coerente. Il resto dell’album procede lungo le medesime coordinate, e l’apparente uniformità è riscattata dalla serietà e dalla intensità liturgiche con le quali sono condotti i brani. Slow and heavy.

2. Una nuova menzione per i Monolith che, puntuali, il 3 settembre hanno pubblicato un terzo volume di Single Hitters, con due brani di tutto rispetto. Due ottime iterazioni doom che aggiungono altri diciotto minuti di adorazione del Riff al loro corpus (molto bella la seconda, Pressure). La qualità ipnotica è sempre presente, in dose massiccia, e questo me li fa molto cari. Sono sempre più curioso di scoprire dove porterà questo grande fiume doom.

3. Attendo sempre con interesse l’appuntamento annuale con gli album di Judd Madden, grande artigiano doom di Melbourne, che quest’anno è risalito al suo lavoro del 2010, Waterfall, per un Waterfall II. Secondo volume che ripete la stessa sequenza di brani del precedente, con gli stessi titoli ma per così dire ricomposti, ed è «il più vario che abbia mai registrato», come ha detto lui stesso. Si è concesso proprio di tutto, compresi gli ospiti (che cantano), e se la meditazione pianistica di Clouds, Rain mi è sembrata troppo lunga, la sgroppata acustica di Flow bene si inserisce nel suo discorso prevalentemente chitarristico. Non posso negare, tuttavia, che mi piace di più quello che sta in mezzo a questi due estremi, e che amplia il suo ragionamento doom anche in forme molto libere, come in Waterfall, che è un gran brano di free-doom, o con i più familiari riffoni di River (colossale quello che chiude il pezzo) e di Ocean. C’è una tensione interessante che attraversa il disco, in particolare il blocco centrale, e si manifesta soprattutto nelle strutture dei brani, che sono molto fluide e instabili; oltre che vario, mi sembra un lavoro all’insegna dell’espansione e della libertà, un altro notevole esempio di quel singolare doom luminoso che Judd Madden ha inventato e perfezionato album dopo album.

Möbius, The Magic of Macabre, self-rel. 2015; Monolith, Single Hitters, vol. 3, self-rel. 2015; Judd Madden, Waterfall II, self-rel. 2015.

 

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Monolith (Promenade métallique #41)

MonolithIII  MonolithV  MonolithVII

Molto bella, curiosa e interessante la progressione dei Monolith, duo di Cortland (New York), che dal febbraio di quest’anno stanno mettendo fuori un album al mese, e non album qualsiasi, bensì cinque dischi intitolati I, III, V, VII e II (in quest’ordine) e contenenti ciascuno un unico brano di un’ora (un’ora pressoché esatta). Nei mesi di luglio e agosto sono invece apparsi due volumi di Single Hitters, con tre brani ciascuno di lunghezza variabile dai tre ai nove minuti.

Siamo in territorio sludge/doom strumentale e la struttura portante è quella della successione di riff ripetuti con generosità, con estrema generosità, fino all’aperta sfida nei confronti dell’ascoltatore, fino ai limiti della trance. C’è in effetti un che di rituale nelle suite dei Monolith, qualcosa che mi ha ricordato persino i raga indiani. Sono segmenti sonori ritagliati da un flusso ben più ampio (l’oceano infinito del doom), sono viaggi in treno durante i quali si osserva sfilare dal finestrino un paesaggio che muta poco e assi lentamente, interrotto da qualche solitaria stazione, sono coltivazioni sterminate con filari e filari di riff. Presi collettivamente sono un campionario, per amanti di campionari, con le sue sezioni che raggruppano sfumature più stoner, o più psichedeliche, o più spaziali, ecc.

I titoli dei brani degli album dispari, che sono quelli che ho ascoltato di più, forniscono ulteriori indicazioni: King Solomon, Rifftastic Voyage, Winter Blues e Cosmic Journey, e se dovessi esprimere una preferenza, indicherei l’ultimo (un grande castello con, mi pare, sei riff principali, che si avvicendano in una rete di variazioni, raddoppi, sviluppi e pause) o il «viaggio rifftastico» di III. Ma mi trovo, per così dire, ugualmente a casa in tutti: in questa ripetitività ossessiva, e talvolta esplicitamente meccanica, in questa dimensione sospesa in cui vige il riff e nient’altro, in questa sensazione di spersonalizzazione (chi sta suonando, ci si domanda a tratti), in questi improvvisi ispessimenti del suono, quel suono che rappresenta se stesso a prescindere dalle note cui dà corpo.

Quanto durerà questa scia? Tra una settimana o poco più arriverà un’altra porzione? L’uscita di II ha dato il via alla pubblicazione delgli album pari? Sono curioso di sentire cosa succederà, molto curioso.

Gli album dei Monolith su Bandcamp, self-rel. 2015.

 

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Very well played, indeed!: Helldiver, South, Orchid (Promenade métallique #40)

OfBloodAndCult  SouthEp2015  SignOfTheWitch

1. Gli Helldiver, che vengono dalla Norvegia, li sistemo nella categoria assai comoda del narrative doom, di cui rispettano i tempi, la distensione, le aperture, la vena malinconica; con qualche curiosa eccentricità, legata soprattutto alla voce, che mi ricorda antiche cose thrash, ma anche a strane increspature più aggressive (From the Fiery Abyss) e a qualche scivolamento drone (Nero Decree). I primi tre brani spingono su quel pedale metal «meditativo» che può dare ancora molte soddisfazioni, in particolar modo quando, come in questo caso, è libero dalle sovrastrutture cerebrali che in genere vanno sotto il nome di post. Aspetto fiducioso.

2. Da Copenhagen i South spediscono a mo’ d’esordio un ep di stoner/doom perfettamente confezionato in ogni suo particolare. L’etichetta di quintetto female fronted non deve condizionare – anzi, vediamo di mollarla il prima possibile – di fronte a gruppo che ha studiato bene, ha metabolizzato e si è messo a suonare e a scrivere senza spocchia né timori. Ci sono i riff, tanti e rocciosi (fino all’ultimo dell’ultimo brano), ci sono le linee e gli assoli, e c’è, sarebbe stupido tacerne, la voce trascinante di Helena Elisha (all’interno di una lunga genealogia di mezzosoprani). Il sottogenere è vitale, corre, si agita, e a me questa sera bastano questi cinque pezzi lucidi, tirati, elettrizzanti per averne piena dimostrazione (potrebbero quasi bastare Satan’s Sister o Blind Faith).

3. Dopo aver ascoltato per la decima volta il nuovo album degli Orchid continuavo a ripetermi: ma quanto è fatto bene questo disco? Poi un caro amico ha aggiunto la formula «dramma sabbathiano» e il cerchio si è chiuso, con l’accento che cade sul dramma. Come in una splendida serra che chiuda fuori tutto il resto tranne la luce, qui dentro cresce, si riproduce e prospera una pianta scoperta oltre quarant’anni fa. Alcuni dei suoi primi adoratori sono nel frattempo morti, ma ne sono nati di nuovi, e il ceppo è più vivo che mai, apparentemente ignaro. Quattro brani che più paradigmatici non si potrebbe, perfette strutture costruite con i mattoncini Lego dei fratelli maggiori e tuttavia, grazie a un miracolo, o più probabilmente a un lavoro indefesso, nuovi e brillanti. E imbattibili alla prova dell’ascolto ripetuto.

Helldiver, Of Blood and Cult, self-rel. 2015; South, EP 2015, self-rel. 2015; Orchid, The Sign of the Witch, Nuclear Blast 2015.

 

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Doom for the soul: Funerary & Matriarch (Promenade métallique #39)

StarlessAeon  Magnumus

Due debutti molto belli nella fioritura doom nordamericana, che, forse, gli Yob hanno annaffiato, in particolare con il loro ultimo disco.

1. Dall’Arizona arrivano i nerissimi Funerary, con cinque brani di doom epico e ultrapesante, laddove epico rimanda alle dimensioni del paesaggio nel quale si distendono colossali riff e urla ancestrali. Gli elementi sono noti, ma la profondità attinta è notevole, il livello di «sincerità» inconfondibile. Le venature funeral sono presenti ma non annullano le diverse sfumature dei brani, su quali spicca Beneath the Black Veil, con un paio di riff monumentali (hai voglia a setacciare i sinonimi). Questo è il doom «narrativo », o anche «meditativo», cui faccio spesso riferimento (per quanto sia pericoloso avventurarsi nei «significati»): una musica che evoca e si fa carico di tutta la pesantezza possibile e la traduce in un movimento di ampiezza tale da trasformare lo schiacciamento in abbraccio. Abbraccio che trova il suo simbolo nella conclusione di Depressor (che è anche la conclusione del disco) con quel vago ma percepibile accenno di pace armonica.

2. I grandiosi accordi che aprono il disco di debutto dei Matriarch (Denver, Colorado) sembrano le campate di un gigantesco edificio nel quale l’ascoltatore abbia avuto la fortuna di essere ammesso, e sono anch’essi promessa di ampiezza e capacità, quali effettivamente si dispiegano nella smisurata (24’43”) Moonburn: discorso lungo, densità di tono, cantato dinamico, riff estratti dalle cave più profonde. La parola giusta per il main riff del brano è «imponente»: un acrocoro, un ciclope, un’onda immensa che ricade su stessa. La qualità di heavy atmospheric doom si esalta nella successiva Bathed in Blue Light, un altro viaggio sonoro di venti minuti scarsi, la cui sezione centrale ha un carattere «minerario», da escavazione ostinata, e che approda infine (anche in questo caso) a un’apertura armonica che si ricollega all’inzio del disco.

Molto bravi tutti e due.

Funerary, Starless Aeon, Sentient Ruin Laboratories 2015; Matriarch, Magnumus: The 44th Scribe and Lorde of The Hallucinauts, self-rel. 2015.

 

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