Gato Barbieri, «Viva Emiliano Zapata» (Echoes #8)

Chapter_Three_Viva_Emiliano_Zapata

L’altro giorno mi è tornata in mente la frase «cuando vuelva a tu lado», che in breve ho riconosciuto come un titolo, il titolo di un brano musicale diventato poi famoso nella versione inglese: What a Diff’rence a Day Makes! La versione sepolta nella mia memoria tuttavia è strumentale, ed è quella del sassofonista argentino Gato Barbieri. Ma certo, Gato Barbieri!

Durante le gite famigliari, a metà degli anni Settanta, in macchina, c’era anche una cassetta di Gato Barbieri, precisamente Chapter Three: Viva Emiliano Zapata, del 1973. Anzitutto ho scoperto che fa parte di una quadrilogia di «capitoli» dedicati alla musica sudamericana, poi ho visto che gode di buona considerazione, infine l’ho riascoltato su Spotify e mi è tornato addosso come un’onda di piena, a cominciare dai titoli dei brani, che trovavo straordinariamente evocativi: Milonga triste, Lluvia azul, El Sublime, La podrida, Cuando vuelva a tu lado e la title track (la mia preferita). Mi piaceva moltissimo, era così diverso. M’incantava la voce dello strumento, il suo confrontarsi da solo con il resto dell’orchestra; mi stupivano certi eccessi che interpretavo come virtuosismi e che non riuscivo del tutto a seguire; il ritmo poi, certo, e il tono complessivo, che non è mai spensierato.

Mi sembra che porti molto bene i suoi 41 anni.

Chissà com’era finito nella nostra ridotta dotazione di cassette. Potrebbe essere stato un acquisto da autogrill, più esattamente da quegli espositori che c’erano nelle stazioni di servizio dell’autostrada, gli stessi dai quali occhieggiava il coevo e sconveniente Fausto Papetti.

 

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Due parole d’introduzione (Echoes #7)

Uno dei piaceri non secondari dei dischi dal vivo per me sono sempre stati, a suo tempo, i frammenti di parlato. Sia che fossero le presentazioni degli impresari, o le introduzioni degli stessi musicisti ai loro brani. Niente di raro, né di speciale: per un istante eri lì, davvero, al concerto; ascoltavi parole il più delle volte incomprensibili, sulle quali si poteva almanaccare; ti sembrava di poter individuare tratti della personalità di individui tanto decisivi, in quel momento, quanto del tutto sconosciuti. Non avevo altre fonti e molte di queste brevi chiacchierate le ho ascoltate così tanto che le ho imparate a memoria, veri echi mai più spenti.

Senza alcuna pretesa di indicare i più famosi o i più significativi o i più belli, ecco cinque esempi:

Ravi Shankar (Ravi Shankar a Monterey, 18 giugno 1967)

Ten Years After (Alvin Lee a Londra, maggio 1968)

Shakty (John McLaughlin a South Hampton, Long Island, 5 luglio 1975)

Jethro Tull (Ian Anderson a Berna [?], 25 maggio 1978)

Tangerine Dream (un signore polacco a Varsavia, 10 dicembre 1983)

 

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Timbri, o: I nove strumenti che avrei voluto saper suonare (Echoes #6)

Quali sono i primi timbri di cui ho memoria? Purtroppo non lo so. Per quanto ci abbia provato non riesco a ripescare ricordi anche vaghi di esperienze musicali originarie. Ho visto qualche foto di un bambino con un tamburo, ma quelle non contano. Non ricordo, ad esempio, timbri di voce, suoni d’ambiente, strumenti di vicini; sembra che la mia passione per la musica risalga alle ore di educazione musicale delle medie (un ricordo peraltro standard – flauto dolce, melodica, solfeggio – e piuttosto brutto), e che a un certo punto, quasi da un anno all’altro, mi sia ritrovato con una passione, appunto, e un set di suoni che in qualche modo rappresentavano – e rappresentano – quello che stavo pensando.

Nove suoni/timbri/strumenti che mi sarebbe piaciuto produrre/suonare. Non sono esclusivi, rispetto all’infinità varietà di suoni e strumenti, mi «piacciono» tanti altri suoni e non escludo new entries, ma sono comunque prediletti, privilegiati, ricorrenti. A ciascuno di essi associo un tipo di discorso. Poiché non li suono (per un paio di casi, in realtà, ho avuto delle esperienze, non brevi, ho preso anche delle lezioni e ho più o meno «suonato», ma poi ho smesso) li condisco di parole e concetti. Pratica assai dubbia: «Il discorso sulla musica, parlato o scritto, è un compromesso sospetto», dice George Steiner nel suo ultimo libro. «Parlare di musica è coltivare un’illusione, un “errore categoriale” come direbbero i logici. Significa trattare la musica come se fosse un linguaggio naturale o qualcosa di molto vicino a esso. Significa trasferire realtà semantiche da un codice linguistico a uno musicale», mentre «una “frase” musicale non è un segmento verbale.»

Proprio così. Alcuni di quei nove timbri/strumenti per me dicono qualcosa del mondo, altri sono una risposta al mondo, altri ancora sono semplicemente eventi sonori che si distaccano dallo sfondo, indipendentemente dal brano musicale cui sono prestati.

Credo sia meglio non aggiungere altro ed elencarli, in ordine di rilevanza:

  1. La chitarra elettrica distorta (non entro nella questione degli effetti);
  2. La chitarra slide;
  3. La cornamusa;
  4. Le tablas;
  5. Il basso elettrico;
  6. L’organo Hammond;
  7. Il banjo;
  8. Il piano elettrico Fender Rhodes;
  9. Il sitar.
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Stagioni (Echoes #5)

Non credo che le stagioni dei miei ascolti musicali siano granché speciali, anzi, rispecchiano esperienze in larga misura condivise. Sono ormai numerose, tuttavia, e mi preme ripassare le «fonti di approvvigionamento», senza fare affidamento su altro che sulla memoria.

Anni Sessanta. Ricordi minimi. A parte l’ora settimanale di «canto» alla scuola elementare, ricordo che mia nonna (da cui stavo) aveva la filodiffusione. Possedeva anche una monumentale Storia della musica a dispense, completa di esempi (tre raccoglitori di 33 giri di piccolo formato) che purtroppo non si potevano ascoltare perché il giradischi era rotto, però li immaginavo guardando le figure. Poi c’era una radiolina in auto, che mio padre appendeva allo specchietto retrovisore. Due appuntamenti televisivi annuali fondamentali: Lo Zecchino d’Oro e il Festival di Sanremo. Inizia anche un appuntamento radiofonico settimanale fondamentale: Hit Parade, condotto da Lelio Luttazzi (da ricordare, nel prosieguo, Dischi caldi, Alto gradimento e Supersonic: dischi a mach 2). Com’è naturale, sono stati anni in cui non sceglievo.

Anni Settanta. Medie inferiori e superiori. In casa c’è una scatola con una ventina di lp (e un paio di 78 giri): una selezione eterogenea che passo a tappeto. Cominciano anche circolare i dischi che gli studenti di mia madre, insegnante negli Istituti tecnici, le prestano. Cose strane. La successione prevede i 45 giri e il mangiadischi Geloso (arancione), le cassette e il mangiacassette, sempre Geloso, e infine lo stereo, un gigantesco cassone Garrard (con presa per la cuffia!). I 33 giri li acquistavo (uno al mese) in un negozio che si trovava in una stazione della metropolitana (si stava lì anche due ore alla volta, in quella posizione classica, in piedi davanti agli espositori, un po’ chini e praticamente immobili a esclusione del dito indice che faceva scorrere gli album), e li scambiavo con i compagni di classe. Poi c’erano le radio private, quelle d’ordinanza, e qualche raro concerto (chessò?, i Talking Heads al Palalido di Milano). Il decennio dell’illusione della selezione.

Anni Ottanta. Prima di passare ai cd, più o meno a metà del decennio, c’è stato un ritorno prepotente della filodiffusione, quando ho scoperto che si poteva ascoltarla in modulazione di frequenza. Nient’altro per quattro o cinque anni, initerrottamente. Compravo anche il Radiocorriere TV perché c’era la programmazione settimanale: e giù quaderni di tabelle, elenchi, voti. Da lì deriva quello che conosco di musica classica. Da lì e dai concerti al Conservatorio: anche due abbonamenti all’anno (Orchestra sinfonica della Rai di Milano e Orchestra dei Pomeriggi musicali, più Musica nel Nostro Tempo). Tutto molto serio, mi raccomando: lettura attenta del programma, ascolto concentrato, qualche nota, magari ritaglio della recensione il giorno dopo. Ho tenuto tutte le raccolte dei programmi fino a una decina di anni fa. Il decennio del settarismo.

Dopodiché dieci e passa anni di cd, nuovi e usati, ancora cassette, l’immancabile filodiffusione e infine quello che si sa (l’età dell’ecumenismo). Sono partito lento, col digitale, tutto impettito, poi, non molto tempo fa, le porte si sono aperte e adesso come altri milioni di ascoltatori sto facendo indigestione. No, «indigestione» non è la parola giusta; piuttosto ho la fortuna di poter saziare una fame che non so bene neanch’io da dove nasca e che non ho idea fin dove si estenda. Di sicuro oltre Alpha Centauri.

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Musica nel nostro tempo (Echoes #4)

Il numero progressivo della tessera sopra riportata può dare un’idea di quanto attendessi l’apertura della campagna abbonamenti di Musica nel nostro tempo. Ora, potrei dire che si trattava di una delle più innovative e interessanti iniziative in campo musicale che Milano abbia mai «prodotto», o che fu un’esperienza cruciale per la… mia formazione. Ma qui si parla di ricordi, e quindi la prima cosa da dire, onestamente, è che con quella tessera mi davo anzitutto un tono. Non so a memoria chi fosse al primo posto della Hit Parade del 1987, io, intanto, ascoltavo Sciarrino, Lachenmann e pure la Guibadulina. Non so se mi spiego.

A parziale riparazione posso dire che mi… piacevano, e che li ascolto ancora oggi. Ma che cosa mi «piaceva», in realtà? (E che cosa è rimasto?) Forse, in primo luogo, l’incertezza su quello che avrei ascoltato. Nella musica contemporanea è presente in dosi massicce l’accademia, s’impara a riconoscerla dopo quattro o cinque concerti, ma c’è spazio – dovrei dire c’era, poiché oggi non sono più molto aggiornato – per la sorpresa, per il suono che non ti aspetti, la combinazione di strumenti, il timbro, la «novità». Ricordo che leggevo scrupolosamente i programmi di sala, e magari pure le recensioni del giorno dopo, ma la dimensione principale restava comunque l’ascolto, dal vivo, di un linguaggio ignoto e puro. Puro sicuramente anche per via dell’ignoranza dell’ascoltatore: non ero in grado di cogliere le strutture, le serie, le trame sottintese (la musica contemporanea si può «capire» soltanto con la partitura sotto mano), ero lì con le orecchie aperte e basta (anche gli occhi, a rigore, se penso a come erano prodotti certi suoni o all’improvvisa epifania di certi strumenti). Presenziavo.

I concerti si tenevano la domenica pomeriggio e io li trovavo, oltre che un dovere (come andare allo stadio a sostenere la propria squadra), anche esaltanti. Sì. Poteva capitare che salisse sul palco Maurizio Pollini e, davanti a cento persone scarse (perché quel giorno pioveva da matti), suonasse a memoria quarantacinque minuti di musica impervia e scostante; oppure che nello stesso programma ci fossero tre «prime esecuzioni assolute»; oppure che l’abbonamento comprendesse anche un biglietto per la Scala e ci si ritrovasse seduti a un metro e mezzo da Stockhausen (brivido).

C’erano anche i momenti buffi. Il più frequente era quando, alla fine di certi brani, l’applauso stentava a partire e ci si scambiava un’occhiata col vicino: «Sarà finito?» In verità, poteva accadere anche all’inizio: «Stanno ancora accordando o hanno cominciato?» Succedeva che ti trovavi a scherzare per mezz’ora con un amico sul titolo di una composizione, e poi, alla fine, quando il direttore invitava il compositore sul palco a raccogliere la sua parte di applausi, ti accorgevi che era quello seduto davanti (a me è successo con Fabio Vacchi).

Ho seguito sei stagioni di MNT, dal 1987 al 1992, per circa novanta concerti e, come mi chiedevo prima, che cos’è rimasto? Una sfilza di nomi, quelli me li ricordo bene, ma temo che soltanto in casi rarissimi saprei accoppiarvi senza esitazione un brano. Una certa dimestichezza (niente di più) con un determinato paesaggio musicale. Qualche composizione che non ho più dimenticato (un paio di esempi? Notte trasfigurata di Schoenberg e i Capricci per violino di Sciarrino). L’ascolto della musica senza fare altro. E infine l’atmosfera di quei concerti: quando le luci si spegnevano, e quell’insopportabile snobismo scompariva, restava l’emozione impagabile della musica nuova.

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Sandokan (Echoes #3)

Ho cercato a lungo nella memoria quale sia stata la prima scintilla, cioè la prima sequenza di note vagamente heavy che mi abbia trasformato in un adepto della religione del riff, che mi abbia spinto, e tuttora mi spinga, a imbottirmi di quattro note azzeccate e ripetute all’infinito. Compatibilmente con le date, mi piacerebbe poter scrivere sul certificato le quattro note, appunto, di Smoke on the Water (quella di Made in Japan), oppure quelle di Foxey Lady, o anche di Black Sabbath… La verità è che il primo riff da cui sono stato fulminato, e che non ho mai dimenticato, quello per il quale ho imparato a spostare indietro compulsivamente la puntina del giradischi sul 45 giri (vedi sopra), quello che ho scoperto si poteva rifare con la bocca, quello che avrei potuto ascoltare un milione di volte, quello che mi diceva qualcosa di me che stavo appena scoprendo… è stato il giro di basso di Sandokan, degli Oliver Onions (Guido e Maurizio De Angelis), quello che apriva la canzone (peraltro adorata) che scorreva sui titoli di coda della puntata dello sceneggiato televisivo. Eccolo qui, dopo il coro iniziale, in tutta la sua potenza.

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Ciondoli, braccialetti e perline* (Echoes #2)

Nel 1968 mio padre andò negli Stati Uniti per lavoro. Un evento ancora di una certa rilevanza, per l’epoca, basti pensare al fatto che varcò l’oceano in nave. Ovviamente, ne fui orgogliosissimo. Doveva essere estate, perché mi ricordo che quando tornò a casa, in tarda mattinata, mi pare, io ero in cortile a giocare. Spuntò da un angolo, accompagnato da mia madre, e subito mi volle dare il regalo che mi aveva portato: uno spettacolare robot giocattolo, con due lucine che si accendevano sulla testa. Ma non portò soltanto quella meraviglia, aveva messo in valigia anche una copia di Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim (che era uscito da poco più di un anno). Lo ascoltammo insieme la domenica successiva (forse il giorno dopo), con il giradischi portatile in camera dei miei. Non so dire se mi piacque; ero, credo, sorpreso e continuavo a rigirare l’involucro del trentatré giri, incantato dalla foto a colori di quell’uomo che cantava con una sigaretta tra le dita e avvolto dal fumo azzurrino.

Sinatra non è diventato «uno dei miei cantanti preferiti», però quel disco non l’ho più dimenticato. La voce, certo, ma soprattutto quelle parole incomprensibili e così dolci, quei suoni vellutati, quella triste tranquillità. C’è un punto, poi, nel primo brano, la famosa Garota de Ipanema, che so ancora a memoria. A metà canzone, più o meno, dopo che Sinatra ha cominciato a cullarti, attacca a cantare Jobim, in portoghese: un’altra voce, un’altra lingua, altri suoni forse ancora più dolci e incomprensibili, ma il cui senso mi parve subito evidente.

Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim, Reprise 1967.

(* Baubles, Bangles and Beads; e qui dal vivo)

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La riga nera (Echoes #1)

Voglio provare a ripescare i miei ricordi musicali, per una serie di motivi: a) per curiosità, b) per capire come mai la musica sia così importante per me, c) per vedere se sia possibile ricostruire un percorso, d) perché sono sempre meno convinto della validità dell’argomento «tutti i gusti sono gusti», e) perché sono consapevole dell’intercambiabilità di tali gusti: sarebbe bello che esprimessero una «personalità», ma probabilmente non più. (Ah, le conferme di certi dati andrò a cercarle a posteriori, altrimenti non vale.)

La prima immersione ha portato alla luce le musicassette che ascoltavo in auto con i miei genitori da un registratore Geloso a pile (forse veniva appeso allo specchietto retrovisore). Ne ricordo tre. La prima era di cori alpini e dovrebbe essere Là su per le montagne del Coro della SAT, la Società degli Alpinisti Tridentini, il volume primo o il secondo. Se vado a vedere le tracklist, mi tornano in mente La Montanara, Quel mazzolin di fiori, La domenica andando alla messa (l’amatore?) e così via. Mi piacevano molto e credo che le cantassimo insieme. La seconda era una raccolta di canzoni in milanese di Enzo Jannacci, divertente, proprio da ridere, a parte un paio di pezzi che mi parevano molto tristi. Controllando scopro che è La Milano di E. J., il suo primo disco, del 1964, scritto da lui con qualche collaborazione illustre (Fortini, Fo, Carpi). Scorrendo i titoli mi ricordo all’istante alcune parole di molti brani e quasi interamente quelle di El portava i scarp del tennis e di T’ho compraa i calzett de seda («colla riga nèra, neeera!»), delle quali mia madre dovette spiegarmi il senso con un certo tatto… La terza era una cassetta registrata con la Nona sinfonia di Beethoven. Penso che si trattasse di una C120 o forse di una C90, in ogni caso la registrazione contenuta in uno dei due lati cominciava almeno a metà del primo movimento e tagliava il finale del quarto, e a lungo la sinfonia è rimasta nella mia memoria in questa forma (il finale-finale, quando lo ascoltai, fu una vera sorpresa – non avrei mai potuto immaginare che la Nona terminasse con quelle movenze quasi operettistiche…). A colpirmi era soprattutto lo Scherzo del secondo movimento, forse il primo pezzo di metallo pesante che abbia mai ascoltato. Mi ricordo che mettevo la cassetta nel registratore e improvvisamente ero catapultato in una musica molto ritmata che sembrava annunciare un drammatico avvento.

Non c’era una gran scelta, mi sembra che più o meno le cassette fossero sempre quelle, sicché gli ascolti erano molto ripetuti (e questa fu una scuola: riascoltare molto). Niente, direi, unisce queste tre musiche così disparate, salvo me stesso, bambino, che provo a rifare i suoni e a cantare i cori, le canzoni e l’Inno alla gioia anche senza conoscere le parole. Non mi interessava sapere cosa stessero dicendo, volevo riprodurre il suono che era già così significativo per me. In fondo, poi, è stato sempre così: ricreare il suono, quel suono, anche soltanto nella mente, e lasciarlo risuonare. E pazienza per i testi.

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