Un bel respiro

Rispondendo al giovane direttore d’orchestra Arthur Nikisch, che gli chiedeva conto delle molte pause che costellavano la Sinfonia n. 2, Anton Bruckner disse: «Voi capite, se ho qualcosa di importante da dire, prima devo prendere un bel respiro».

Il respiro è una delle chiavi con le quali percorro le grandi sinfonie del nonno Anton. Non è critica musicale, è semplice ascolto con i mezzi che ho a disposizione. Io lo vedo, letteralmente, prendere fiato prima di buttarsi ancora una volta nella massa informe del suono; lo vedo gonfiare il petto, ma non per esprimere una verità assoluta, bensì per allargarsi e con l’orchestra, minuziosamente e perfettamente organizzata, tentare di accogliere il mondo e stare in piedi al suo cospetto.

Scrive Friedrich Blume (1952): «Le nove sinfonie di Bruckner sembrano nove gigantesche falcate, ciascuna più ampia, più potente e più convincente della precedente, ancora più intensa e coinvolgente nella soluzione di un medesimo problema iniziale». Il medesimo problema iniziale: essere sufficientemente capiente.

L’esempio, insieme più alto e più straziante, non può che essere quello dell’Adagio della Sinfonia n. 9 in re minore. Più alto per le dimensioni dello sforzo, più straziante perché, mentre lo sta componendo, il nonno Anton sa che è l’ultimo tentativo che gli sarà concesso.

Il tentativo per me comincia alla battuta 163, con gli oboe che battono gli ottavi in pianissimo: il ritmo non s’interrompe più, salvo una piccola pausa impercettibile, fino al climax della battuta 206. Passa dai fiati agli archi, poi a entrambi, si infittisce di terzine e sestine, cresce battuta dopo battuta (cresc. poco a poco), sale dal pianissimo (pp) al fortissimo (fff) – e intanto il respiro affidato agli ottoni, prima i corni, cui si aggiungono via via le trombe, i tromboni e la tuba, si espande e si prepara al grande salto: l’ultima sequenza di accordi ciclopici e dissonanti che si conclude con l’accordo più vasto e sofferto che il nonno Anton abbia pronunciato, quello con cui si è spinto più lontano (a tre centimetri dalla dodecafonia, tra l’altro).

«Più di così non posso fare, mi auguro che basti»: queste sono le parole che risuonano nella pausa immediatamente successiva. La coda dell’Adagio, poi, dolce e struggente, mi fa sperare che la frustrazione non abbia subito ripreso il sopravvento.

[L’Adagio può durare dai 19’52” di Knapperstbusch (1958) ai 30’47” di Celibidache (1995), ma diciamo che questo respiro dura di solito circa cinque minuti. Qui si può andare subito al dunque: Furtwängler dirige i Berliner Philharmoniker (sì, è il 1944, ma questo è un altro discorso).]

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Mosso, vivace (Riffology #3)

Negli Scherzi delle sue sinfonie, in particolare le ultime, Bruckner batte il piede, sfodera l’agilità, ti invita a un ballo e ti porta a un sabba, raccoglie tutte le sue forze di «uomo umile e solitario», strozzandosi, accelerando, rallentando, facendo danzare le montagne. E, come in questo, sommo caso della Nona, tirando fuori un riff che, in fondo, ai Fear Factory sarebbe sufficiente accelerare molto… La più semplice delle cellule ritmiche in 3/4, che se provi a batterla col dito sul tavolo non ci vuole niente (… ta-ta | ta ta ta | ta ta ta | ta ta ta | ta ta ta-ta), deposta in maniera innocua dai legni e dagli archi pizzicati, con un paio di progressioni sfocia in un tutti fortissimo pressoché omofonico. Potente ma non aggressivo, marziale ma non ottuso, squillante ma non fanfaresco.

A guardarlo, è semplice, ordinato, ma, dopo averlo ascoltato mille volte, credo che non sia stato affatto facile per il nonno Anton. È marcato Bewegt, lebhaft, cioè Mosso, vivace, che può voler dire cose diverse. In ogni caso, non posso nascondere un lieve movimento della testa, sia quando parte il thrash-speed di Furtwängler (50”), sia con l’heavy-doom di Celibidache (1’19”).

Bruckner 9, Scherzo, Furtwangler, riff

Bruckner 9, Scherzo, Celibidache, riff

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Un valzer di Strauss

Al nonno Anton gliene dicono di tutti i colori, praticamente in ogni epoca della sua vita. Se la prendono col suo aspetto, con la sua goffaggine, con la sua totale indifferenza verso gli aspetti mondani. Lo irridono perché porta stivaletti di pelle di foca «pressoché rettangolari» (ne possiede trenta paia), perché indossa pantaloni «immensamente larghi», da sembrare «tagliati da un falegname» (li sceglie così per essere comodo all’organo), o per i suoi giganteschi fazzolettoni colorati, o ancora perché dà un nome alle giacche. È ossessionato dai numeri, è «un pazzo e mezzo», beve troppa birra e a tavola non sa comportarsi («Chiunque avesse visto il Maestro sorbire rumorosamente la sua zuppa avrebbe pensato di essere in compagnia di un fattore onorevolmente invecchiato e non di un eccelso compositore», Richard Heller).

E prima che, in tarda età, venga riconosciuto il suo magistero, ne attaccano la musica, che finisce ingiustamente in mezzo alla battaglia tra wagneriani e seguaci di Brahms (i brahmini). Musica «ineseguibile» come minimo, «finita sotto gli zoccoli del cavallo» della Valchiria. Lo stesso Wagner, che pure a suo modo lo sostiene, anche perché il nonno Anton lo adora, è molto condiscendente ma poi lo chiama «Bruckner la tromba». Per Brahms è «un pover’uomo privo di senno». «La sua musica si innalza come un’informe, infuocata colonna di fumo», scrive il critico viennese Eduard Hanslick, che riporta anche la definizione «azzeccata» di un noto musicista tedesco (forse proprio Brahms): «Le Sinfonie di Bruckner sono come il sogno sterile di un’orchestra composta da musicisti logorati da venti prove del Tristano».

Il nonno Anton ne soffre, in silenzio. Al massimo si sfoga in qualche lettera («povero e abbandonato, mi confino nella melanconia della mia piccola stanza»), o si lascia andare un istante in occasioni pubbliche particolarmente disastrose (alla fine della prima esecuzione della Terza Sinfonia, derisa e disertata progressivamente dal pubblico, dice a Krzyzanowski e Mahler, che rimangono fino alla fine e cercano di consolarlo: «Lasciatemi andare. La gente non ne vuole sapere di me»).

Ciò nonostante non s’incattivisce. Continua a studiare e a comporre. Fa quasi pace con Brahms. E mantiene saldo il suo giudizio musicale. Dopo il successo della Settima, a Johann Strauss che lo applaude: «Il genio siete voi, io non sono che un violinista di periferia», il nonno Anton risponde: «Io darei delle sinfonie per un valzer di Strauss».

(Fonti: Sergio Martinotti, Bruckner, EDT 2003; Stephen Johnson, Bruckner Remembered, Faber and Faber 1998.)

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Permettete, signorina?

Secondo il critico musicale viennese Carl Hruby, le rare volte in cui Anton Bruckner si rivolgeva alle donne, poteva essere molto diretto, passando da una timidezza assoluta a un’ingenuità inopportuna. D’altra parte aveva poco tempo per le avventure galanti (capirà, «dieci ore al piano e tre all’organo: questa era la mia agenda quotidiana. Il resto del tempo mi serviva… per riprendermi»). Però amava ballare, alle feste di campagna, in cui d’altronde da giovane aveva suonato, facendo ballare gli altri.

A una di queste, a Steyr, nel 1885 (quindi a sessantun anni), gli capitò di notare una ragazza a un tavolo vicino. Siccome l’amico che l’aveva accompagnato tardava a fare in modo di presentargliela, si alzò di scatto e si diresse verso di lei. Sbatté contro una sedia, ma colse al volo l’occasione, e chiese alla giovane se desiderava danzare.

Quando lei accettò, lui si trasformò e «ballò valzer e Ländler con la sua “innamorata” per il resto della serata. Grossauer [l’amico] restò seduto a guardare, sbalordito, mentre il Maestro volteggiava leggero e aggraziato».

Il giorno dopo, ancora eccitato, il nonno Anton invitò tutti alla sua residenza e suonò meravigliosamente l’Adagio dell’Ottava sinfonia. Un brano, disse, la cui ispirazione gli era venuta «sopra un boccale di Pilsner».

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