Fórn, American, Tombgrinder (Promenade métallique #27)

DepartureOfConsciousness  CopingWithLoss  UnderBlackSun

1. Emergence è lo splendido brano che introduce la vicenda del primo album dei bostoniani Fórn, The Departure of Consciousness (bel titolo minaccioso). Il ben noto Mister Growl osserva che i «Fórn suonano riff così pesanti che sembrano impossibili da sollevare da terra, un po’ come i Winter o i Conan, ma con una barbarity profonda e inusuale», e il loro doom funebre si distingue oltre che per i suddetti riff, corposi e insieme spettrali, per l’alta qualità complessiva (growl compreso), cui manca soltanto, forse, quella grandezza epica e gonfia (la grandeur) tipica degli esempi migliori del genere: il funeral deve parlare dell’estinzione dei titani, di ere che tramontano, di lutti cosmici. Quello che lasciano intravedere in Emergence fa pensare che i Fórn ne siano capaci.

2. Gli American sono invece un duo di ignoti virginiani. Dice la loro etichetta, la Sentient Ruin Laboratories, che il completo anonimato e la separatezza dal consesso umano aumentano ulteriormente l’aura di mistero e la paurosa oscurità che avvolgono il gruppo. Sono particolari che di solito i metallari gradiscono, ma veramente non ci sarebbe bisogno d’altro davanti alla fredda ferocia che si dispiega per sei brani di Coping with Loss e che, se così si può dire, culmina nei diciotto minuti del settimo e conclusivo brano: Coping with Loss and the Insurmountable Guilt of Existing. Un titolo programmatico per uno strano oggetto impastato di noise, di drone e di disagio sonoro. A questo punto del disco l’aggressività, la furia dinamica e vocale, l’abrasività delle schitarrate si sono rattrappite, congelate in un specie di rictus alieno e inquietante.

3. Quelli che i londinesi Tombgrinder hanno messo lì a disposizione dei doomsters più capienti purtroppo potrebbero essere ventidue minuti senza un futuro. Io spero vivamente di no, perché nell’ep Under the Black Sun il riff scorre potente. Poco importa che i brani siano ridotti all’essenziale e appena sbozzati, poco importa che la strumentazione sia ridotta a chitarra e batteria (il calibro di certe bordate mi ha ricordato niente meno che i Beast in the Field), importa ancor meno che non ci scappi neanche un urlo o un fischio: il doom che i Tombgrinder ci servono appena estratto è un blocco nero di 135 carati, grezzo ma impeccabile.