Tombstones; Nomadic Rituals; Usnea (Promenade métallique #19)

11183_JKT  HolyGiants  Usnea album

1. L’ho risentito molte più volte di quanto mi sarei aspettato dopo il primo ascolto. Red Skies and Dead Eyes è il quarto album dei norvegesi Tombstones e metterlo su è come infilarsi in un tunnel di fango. Il tono viene esposto senza indugi (come ho già avuto modo di dire) e si mantiene pressoché costante per tutti i quarantaquattro minuti: tempi comodi, morchia chitarristica, grande uso di piatti, basso fondazionista e voci da lontano; qualche assolo spaced out e qualche bel riff gorgogliante e con gli scarponi. Quando allungano di un poco la misura, ottengono buoni effetti da cantilena cupa e ipnotica, come in Obstfelder e nel brano che dà il nome al disco (il mio preferito). L’ho ascoltato più del prevedibile perché mi sta bene questo cappotto doom in tinta unita, dal taglio non perfetto né nuovo, ma eccezionalmente comodo e adatto ai rigori.

2. A proposito di tunnel di fango, quello dei Nomadic Rituals, da Belfast, è un vero e proprio cunicolo claustrofobico e minaccioso. In Holy Giants si viene in qualche modo «digeriti» in un tubo sonoro, accompagnati da una gran voce che salta dal growl allo strillo. Il dirty fuzz (come dicono loro stessi) dei NR procede più o meno spedito, sempre sostenuto da un basso, con rispetto parlando, catarrale, e interrotto qua e là da qualche esplosione di effetti (notevole anche il lavoro del batterista). Spiccano il trittico finale: The Ritual per la cupezza e il potente ostinato che prende corpo a metà brano; Burning Planets, per la cieca caparbietà, da testate contro il muro; e An Accepted Human Condition, per il riff e per l’ottima sequenza-dissolvimento conclusivo, into the final feedback. Molto bravi.

3. Si sfocia infine in qualcosa che assomiglia a un lago con gli Usnea, dalla miniera metallica dell’Oregon, che dopo un paio di anni di attività esordiscono con l’album omonimo, un gioiello di funeral-doom (a little blackened). La ricetta base è nota, e a suo modo anche la sonorità complessiva (in questo caso la voce è nella variante «urla strazianti»), ma quello che fa la differenza è la qualità dei riff e delle progressioni. L’apertura del disco, ad esempio, affidata a Chaoskampf, è immensa (come ho avuto anche qui già modo di dire) e il riff di Brazen Bull of Phalaris mostra il suo valore alla prova della ripetizione e della variazione di timbro. Là dove basta un istante, in questo come in quasi tutti i sottogeneri, per scivolare nella tronfia vacuità, gli Usnea sembrano avere un istinto infallibile per il gancio giusto, la svolta epica, l’interludio pulito, il rinforzo di heavyness che manda in visibilio il doomista mai sazio.

Tombstones, Red Skies and Dead Eyes, Soulseller Records 2013; Nomadic Rituals, Holy Giants, self-rel. 2013; Usnea, Usnea, Orca Wolf Records 2013