Fauna (Metallo pensante #51)
Mi sono, è il caso di dirlo, tuffato nella musica dei Fauna, oscuro duo di ambient black metal (secondo le definizioni dei testi) proveniente dalla Cascadia (credo debba intendersi infatti, genericamente, la regione del Nordovest del Pacifico, tra Oregon, Stato di Washington e Canada). Ho provato a seguire le tracce dei due, Echtra e Vines, e ho scoperto un labirinto di progetti intrecciati (atmospheric black, folk drone, drone black…) dal quale sono uscito subito, per il momento. Seguendo poi le teorizzazioni legate al new american black metal (?), dai Wolves in the Throne Room ai Liturgy, mi sono imbattuto in varianti di eco-metal, organic metal, astral black metal e persino cascadian black metal, per finire a trovare i Fauna citati e analizzati (in particolare il loro esordio, Rain) in un saggio di Steven Shakespeare raccolto in Hideous Gnosis: Black Metal Theory Symposium 1:
«L’architettura del brano è composta da una serie di salti. Ogni sezione sembra poter andare avanti per sempre, ripetitivamente, come una trance. Le transizioni sono violente. Dopo venti minuti c’è un’esplosione di rumore, come se l’essere si fosse liberato della sua tranquillità… Il brano è una brezza di cenere, un’intossicazione sprituale, un’emissione impura.»
Su questo mi riservo di tornare, e per ora resto alle due opere sinora pubblicate: Rain e The Hunt. Due monobrani della durata, rispettivamente, di 63 e 80 minuti (nelle versioni da me ascoltate, giacché…). Due viaggi, si potrebbe dire banalmente, in una dimensione sonora non sorprendente, né particolarmente estrema, che tuttavia trae proprio dalla durata la sua forza più attraente; dalla durata e dal concetto di sviluppo (o più esattamente, forse, di ripetizione) portato, questo sì, alle estreme conseguenze. Blocchi ambient (e rumoristici, con suoni della natura) si giustappongono a tappeti acustici, e insieme inglobano pure sfuriate black, mi sembra di diretta derivazione Burzum, complete di voce straziata. E se Rain è sostanzialmente diviso in tre sezioni (tra le quali un rallentando davvero interminabile ed estenuante), The Hunt suona più articolato (dovrebbero esserci anche dei sottotitoli di parte), ospita più o meno al centro un fantastico ostinato e si conclude con sette minuti, magari un po’ enfatici (anche per via del synth), ma di respiro epico e giustificati da tutto quello che è venuto prima.
Per adesso il giudizio, ammesso che occorra, è sospeso. Non è nemmeno facile disporre di tempo e situazione per un ascolto integrale e non distratto, in ogni caso credo ne valga la pena. Dall’inizio alla fine: dai cinque minuti iniziali di pioggia di Rain agli uccellini che suggellano The Hunt.










