Ted Nugent, Double Live Gonzo! (*****)
Se ci penso non ci posso credere. Ma far finta che non sia stato così sarebbe ipocrita. D’altra parte era il 1978 e c’era soltanto l’album, doppio (sempre un piccolo evento i doppi), con le tracklist, l’elenco dei «partecipanti» e sedici foto quadrate (più una in copertina e una sul retro), nelle quali si vedeva soltanto lui, Ted, barba e capelli lunghissimi, pantaloni bianchi attillati, mocassini e coda di coyote (l’ho appreso dopo) penzolante dalla cintura. Lui e la sua Gibson Byrdland (l’ho appreso dopo) nera, e il muro di amplificatori Fender (l’ho appreso dopo).
Gli esordi con gli Amboy Dukes, gli screzi continui con gli altri musicisti (muti servitori del re), e poi le faccende pubbliche, le derive politiche imbarazzanti (non tutte), la macchietta… tutte cose che ho scoperto dopo. Allora lì dentro c’erano – e ci sono ancora – undici brani, quasi un’ora e mezzo, di altissima, purissima, indomita chitarra rock che ho ascoltato fino alla consunzione dei solchi (come si diceva una volta). Brani elementari (tutti suoi tranne una cover di Big Joe Williams), testi elementari (intuivo), un bel po’ di urla, assolo infiniti e un sound mirabilmente grezzo, per le mie orecchie di quell’anno, la cui ricetta (l’ho appreso dopo) era molto semplice: niente distorsore, soltanto tutti i controlli al massimo e un corpo a corpo frequente con gli amps, per cavarne un delirio di feedback.
Ci sono chitarre incomparabilmente più raffinate, più pesanti, più veloci, più intelligenti, più letali, più tutto quello che si vuole… ma io questa non credo che mai la dimenticherò, né con altre mai la confonderò.
Ted Nugent, Double Live Gonzo!, Epic 1978.










