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Mournful Congregation, «The Book of Kings» (Metallo pensante #50)

23 gennaio, 2012 (21:32) | Metallo pensante, Music non stop | By: MrPotts

Molto funeral doom, in questi ultimi mesi di ascolti, e per le ragioni opposte a quelle che il nome del genere potrebbe implicare. Se si vanno a leggere i «temi» che ispirerebbero i gruppi reclutati al FD, si trovano desolazione, disperazione, solitudine, malinconia, depressione, morte, ecc., ma io, che prescindo sempre (o quasi) dalle parole che vengono «cantate» (o piuttosto «deep growled and/or screamed»), ci trovo altro; anche perché, forse, ho sempre avuto difficoltà ad apprezzare la «musica a programma». Dopo i Loss, e prima di ributtarmi negli Esoteric, mi sono attardato sugli australiani (sì, australiani) Mournful Congregation, giunti al quarto lp con l’immenso The Book of Kings. Immenso, oltre che per la rispettabile durata di un’ora e sedici minuti, per la «vastità» espressa dall’incedere maestoso delle chitarre: lenti treni di accordi gravi e colossali che attraversano una distesa sconfinata, un uso misurato della dissonanza, una batteria cavernosa e dal polso sicuro anche nei tempi più estenuanti, la struttura del brano sempre sotto controllo. È dunque soprattutto lo «spazio» inglobato in questa musica a conquistarmi, e la possibilità, se non di ballare, di «respirare», di respirare a fondo. Di certo nella mezzora abbondante del brano che dà nome all’album, e più ancora in The Waterless Streams, vertice del disco (e secondo me del genere) e in cui sono le montagne stesse ad alzarsi e a muoversi.

Mournful Congregation, The Book of Kings (Weird Truth Productions 2011).

Il mio genere preferito

14 gennaio, 2012 (18:46) | Confessioni | By: MrPotts

Se osservo la storia dei miei ascolti musicali, posso individuare con facilità il mio «genere preferito». È sufficiente che prescinda dalla classificazione standard: rock, classica, sacra, ecc. Il mio preferito in assoluto è il genere ripetitivo. Una volta definito il concetto è semplicissimo incolonnarvi sotto tutto quello che mi piace di più: le sequenze gregoriane e quelle dei Tangerine Dream, i riff ribattuti alla morte e il Bolero di Ravel, Steve Reich e Arvo Pärt, le tablas e la techno. Ah, le cornamuse, il drone… l’elenco non è breve. In pratica, quando ascolto per bisogno e non per curiosità, ascolto sempre la stessa idea di musica (e per questo faccio tanta fatica con il jazz).

Repetita iuvant? Non solo. Nella ripetizione c’è l’idea del moto perpetuo (fiorito con l’invenzione delle macchine) e c’è, forse, una forza di rappresentazione della realtà che mi… rassicura? L’ossessione per i brani molto lunghi (basati sulla ripetizione e sulla sua compagna, la microvariazione) è legata anche alla mia incapacità di annoiarmi (entro certi limiti, va da sé, ma perlomeno in musica questi limiti sono molto ampi), anche se plausibilmente la prima è una conseguenza della seconda. L’iterazione «mi suona» più vera, in qualche modo, poiché mostra l’essenza di «tutta la faccenda», che è appunto ripetitiva al di là di ogni sforzo; e più giusta, perché bisogna replicare (per scelta, s’intende) «enne» volte un gesto per comprenderlo.

Forse la ripetizione non è altro che lo specchio delle mie brame.

È un pensiero che manca di chiarezza, e quasi certamente è ridicolo arzigogolare su un gusto personale: mi piacciono i brani che vanno avanti sempre uguali per dieci minuti, se andassero avanti cento minuti mi piacerebbero anche di più.

De vacuitate frigoriferis (Casa Potts)

9 gennaio, 2012 (20:38) | Casa Potts | By: MrPotts

Lunedì, ore 20.00, cucina.

Catriona: Tesoro, se si escludono qualche latticino e la senape, il frigo è praticamente vuoto.
Mr Potts: Ma non c’erano due uova?
C: Ah, be’, allora…
MrP: Considera che Rancé aveva proibito anche quelle.
C: Chi?
MrP: Jean-Armand de Rancé, il riformatore della Trappa; il fondatore, si potrebbe dire. Figura molto controversa.
C: Posso dirti una cosa, vita mia?
MrP: Ma certo!
C: Troppa Trappa, ultimamente.

Skeleton Gong, «Old Man Gong» (Riffology #32)

3 gennaio, 2012 (21:14) | Music non stop, Riffology | By: MrPotts

Alcuni dei riff più memorabili sono aperture scacchistiche che determinano tutto il resto della partita, sono opening statements fulminanti, sono aforismi; altri, invece, sono il risultato di una attenta preparazione, il quod erat demonstrandum alla fine di una lunga argomentazione, clausole. Qui non siamo davanti a un riff da Tavole della Legge, tuttavia mi pare un ottimo esempio della seconda categoria. Ci è servito da Rick McCann e Rab Urquhart, due misteriosi scozzesi che così presentano se stessi e il loro primo album, Eskimo Wizards & The Louisiana Swamp Priests: «Skeleton Gong is a bong gonging, cyder abusing, wychfinding doom metal project from Glasgow. An idea of two friends, neighbours, sinners & vibrations of the mind of the one true god whose name is love. The slowest band in the world. 5 years of doing nothing but now we’re here to gong over the earth». Il brano che lo ospita, Old Man Gong, è una lunga tirata strumentale di 12’27″ divisa in tre parti: a) un’ampia introduzione (circa quattro minuti) con tre sequenze di accordoni magniloquenti, bombarde doom e colpi di gong, b) un interludio (altri quattro minuti) che taluni definirebbero molto psych e trippy, con chitarrine, echi, riverberi, tastiere ed effetti; e infine, introdotto da due superbi rintocchi, a liberarci dalla tensione accumulata, c) un riff molto, molto bello. O meglio, di quelli che mi piacciono molto: lento e corpulento, semplice e scolpito, fatale (e con un «colpo di collo» da collare ortopedico). Un bestione che, con un paio di variazioni, ci porta fino al gong conclusivo. Ci scommetterei che, quando ci sono «arrivati», i due SK hanno capito subito su cosa avevano messo le mani.

Eccolo qui, isolato: Skeleton Gong, Old Man Gong, riff, ma bisognerebbe avere la pazienza di farsi tutto il viaggio.

Skeleton Gong, Old Man Gong, in Eskimo Wizards & The Louisiana Swamp Priests, 2011.

Pantera, Sandblasted Skin (Riffology #31)

30 dicembre, 2011 (20:49) | Music non stop, Riffology | By: MrPotts

Ho pensato a lungo a quale riff scegliere per l’omaggio che non poteva mancare ai Pantera e a Dimebag Darell. Anche perché non si può dire che il ruolo cardinale di Dimebag nel metal degli anni Novanta e il suo lascito siano legati ai riff. È il suono che non si dimentica, la sua fluidità da fiamma liquida, l’ampiezza della scala, le torsioni da vertigine e quella sensazione di continua rottura degli argini e dei canoni. Una dinamica incontenibile, appoggiata sulle spalle robustissime della batteria del fratello Vinnie e sui cordoni d’acciaio del basso di Rex Brown. Così, invece di trovare il riff «più significativo», la «firma», ripiego su quello che più si è inciso nella mia memoria, al punto che vi ho riversato tutto l’affetto – non potrei definirlo diversamente – che provo per i Pantera. Non è nemmeo un riff vero e proprio: è una frasetta, un tic motorio, una ferita che continua a infiammarsi, un niente che balla su se stesso e si autoriproduce. Probabilmente è un passaggio di poca importanza in un corpus ancora oggi mirabile, ma per me lì il metallo è purissimo.

Il brano è (Reprise) Sandblasted Skin e, più ancora che nella versione in studio, da The Great Southern Trendkill (1996): Sandblasted skin (studio) riff (x3), il riff si può apprezzare nella versione live riportata in Official Live: 101 Proof (1997), in cui la disperazione, lo strazio per la fine ormai imminente del gruppo, gli armonici lancinanti di Dimebag e l’ostinazione con la quale i quattro corrono verso il burrone bruciano le orecchie: Sandblasted Skin (live) riff

Un’occhiata a com’era dal vivo, al piccolo recinto infernale – chiuso davanti e dietro – entro il quale si aggiravano i Pantera, vale sicuramente più delle mie parole. «The trend is dead», grida Philip Anselmo.

Come dici? (Casa Potts)

19 dicembre, 2011 (20:31) | Casa Potts | By: MrPotts

A casa
Catriona: Ha chiamato la banca.
Mr Potts: Eh sì, l’ho notato.
C: Come, scusa?
MrP: Che Anna era stanca.
C: No, no, ha chiamato la banca.
MrP: Ah.

Dal tabaccaio
C: Psst, ma quello ha chiesto un pollo arrosto per dieci?
MrP: Eh? Marlboro rosse da dieci
C: Ah, mi pareva.

A casa
C: Vita, con queste calze ho quasi risolto il problema dei piedi gelati.
MrP: Magari con gli zoccoli…
C: Come sono da zoccola?!
MrP: No, con gli zoccoli! Ma ti pare che ti dico una cosa del genere?

MrP: Certo che stiamo diventando un po’ sordi.
C: Sarà colpa dell’uso eccessivo delle cuffie.
MrP: Be’, per me capisco, ma tu guardi film muti.
C: Sì, però a volume alto.

Sciarrino, Sei capricci per violino (*****)

17 dicembre, 2011 (20:52) | Cinquestelle, Music non stop | By: MrPotts

Superata la fase di adesione alla musica classica contemporanea per motivi, per così dire, extra musicali, ho continuato a frequentarla senza patemi, godendo dell’illimitato serbatoio di timbri che rappresenta. Uno degli angolini più luminosi di questo serbatoio sono i Sei capricci per violino di Salvatore Sciarrino. Pubblicati nel 1976, eco remota e passata attraverso mille mutazioni del canone di Paganini, e dedicati a Salvatore Accardo (che fu il primo a inciderli), i capricci sono un universo sonoro di eccezionale densità racchiuso in venti minuti di musica. Al di là del «virtuosismo trascendentale» che richiedono, della selva di notazioni legate alla produzione del suono (un vero campionario di tutto quanto era, ed è da allora diventato possibile ricavare da un violino), della struttura compositiva molto intricata, dei giochi vertiginosi di armonici, quello che «si sente» è una musica che non si sa bene da dove venga – dalle stelle, dalla notte, da una radio che non si riesce a sintonizzare, da uno stormo di uccelli, da un singolo uccellino (anche da gatti strozzati, potrebbe dire l’irriverente). Fruscii, cigolii, cinguettii, scale ripidissime, virgole, sospensioni, strisciate, arabeschi, lamette, evaporazioni, vibrazioni, riverberi, millimetri, sgorbi… in una sfida continua al silenzio e all’inudibile. O all’inascoltabile.

Salvatore Sciarrino, Sei capricci per violino (1975-76).

(Si possono ascoltare nell’incisione del 1978 di Georg Mönch, mentre per avere un’idea di cosa occorra fare per suonarli, si può vedere l’esecuzione di Marco Fusi. Il mio preferito è il n. 2, «Andante», nel quale il sole colpisce a picco il mare e io ne osservo i riflessi e le illusioni seduto a riva sotto un albero.)

Wight, Wight Weedy Wight (Riffology #30)

7 dicembre, 2011 (18:58) | Music non stop, Riffology | By: MrPotts

Di solito succede così. Un primo ascolto, qualche appunto, decantazione. Poi osservo su cosa torno, e poi su cosa continuo a tornare, finché nella memoria si forma la connessione nome gruppo-(brano)-frase musicale. A quel punto può scattare l’ascolto ossessivo, grazie a tutti i pulsanti messi a disposizione dalla tecnologia. In questa maniera si solidifica una traccia mnestica (ho sempre voluto usare l’espressione, anche se impropriamente) molto forte che produce fonazione, air-guitar e «ascolto pre-gustato»: quando ascolti qualcosa, sai cosa sta per arrivare, arriva e «godi».

Ultimo in ordine di tempo è il caso del riff di Wight Weedy Wight degli Wight, tedeschi di Darmstadt, dal loro primo album omonimo, un altro riuscito contributo all’ondata presente di stoner/doom/psych di «sapore settantiano»…  e «sabbathiano», naturalmente. Consapevoli dell’efficacia del riff, gli Wight lo ripetono per oltre due minuti e mezzo e lo fanno lievitare a strati.

Pima l’esposizione affidata al basso, poi il chioccolio della chitarra che gocciola ogni nota grazie al wah-wah: Wight, Wight Weedy Wight, riff 01

parte quindi lo sciame («lotsa wah»), con il basso «a scatola»: Wight, Wight Weedy Wight, riff 02

e infine la ripresa a tutta possa: Wight, Wight Weedy Wight, riff 03

Eccolo in tutta la sua bellezza: Wight, Wight Weedy Wight, riff

In cuffia si sente tutto molto distintamente, strusciate e colpi di plettro compresi, per la gioia dello scrivente. Va detto che a me è piaciuto un po’ tutto, l’album, e visto che di riff stiamo parlando, aggiungerei una menzione anche a quello di Let Me Know When You Found God, per il suono molto farcito della chitarra, l’incedere un po’ strascicato ma autorevole e la capacità di reggere a… infinite ripetizioni: Wight, Let Me Know When You Found God, riff

Wight, Wight Weedy Wight, Bilocations Records 2011.

(WWW live, per intero, qui e LMKWYFG, sempre live, qui.)

Space Bong, The Death of Utopia (Metallo pensante #49)

3 dicembre, 2011 (20:06) | Metallo pensante, Music non stop | By: MrPotts


Dice: bisogna aspettare per formulare giudizi assennati, attendere che i valori si sedimentino, lavorare di ascolti, ecc. Giusto. Però succede che non ho nemmeno finito di ascoltare tutto il loro The Death of Utopia e sto già smaniando per gli Space Bong. Australia, Adelaide; un ep di messa a punto nel 2007, questo primo album nel 2009 (tre anni fa!); due chitarre: Babe & Cheese, due voci: Fitzy & Legs, basso: Jock, batteria: Michael. Non so, adesso non m’interessa altro, poi vedrò… Ora resto qui un po’, che devo ancora assimilare i primi due brani, per un totale di trentacinque minuti di pura acciaieria (anche letteralmente, in parte). Non so, se qualcuno mi cogliesse di sorpresa e mi chiedesse in questo momento di indicare la perfezione del mio amato sotto-sottogenere (lo Stoner/Doom/Crust/Sludge Metal?) gli direi di farsi strada come può tra i primi dodici minuti di (Intro) Utopia e di accomodarsi nei suoi ultimi sei minuti di urla, accordoni ribattuti, claustrofobia, stridii, pervicacia, piatti fusi e colossale rabbia, per trovarla lì, la perfezione. Non so, magari ho la febbre, ma sono grandissimi

Space Bong, The Death of Utopia, An Out 2009.

p.s. Nel frattempo sono arrivato al terzo brano e… miodio.

Promenade métallique #5

30 novembre, 2011 (21:52) | Music non stop, Promenade métallique | By: MrPotts

1. Sono grato ai molti blog metallici che scavano nei residui rimasti indietro dal passaggio della corrente. A uno di essi devo, ad esempio, l’ascolto dei Dukatalon e del loro Saved by Fear (2010). La curiosità risiede in una sonorità ultrasludge spuntata in terra israeliana. Il trio, che ha scelto di chiamarsi come uno dei peggiori pesticidi mai commercializzati, viene infatti da Tel Aviv e, per quanto sia accreditato anche un cantante, nel ricordo lo direi soltanto strumentale. SbF è in sostanza un catalogo di influenze, ma un «più» a Electric Site glielo darei.

2. Scrive Teofane il Recluso: «Come si riesce ad avere il metallo puro da una materia grezza? Riscaldando quest’ultima. Così accade anche nelle cose spirituali». Sempre detto che l’heavy metal è musica dello spirito.

3. L’ultimo brano pubblicato ufficialmente dai Cough, reduci dall’immenso Ritual Abuse del 2010, è apparso per ora soltanto in An Introduction to the Black Arts, uno split in vinile con i Wounded Kings. The Gates of Madness, questo il titolo del brano, che sarebbe lungo 19’34″ (dico «sarebbe» perché ho potuto ascoltare solo una versione accorciata a dieci minuti), è la conferma della grandezza (e della lezione degli Electric Wizard) e si apre con una sequenza di rintocchi doom che non smetterà di risuonarmi nelle orecchie per lungo tempo.

4. Ah, poi, nonostante le fitte nebbie di questi giorni, ho messo il braccio fuori del finestrino e ho guardato il sole del Pacifico courtesy of Jimmy Glitschy der einarmige Karussellbremser, da Berlino, e alla loro dance!or!die!, tratta dall’omonima congerie di bizzarrie stoner/disco.

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