Mournful Congregation, «The Book of Kings» (Metallo pensante #50)
Molto funeral doom, in questi ultimi mesi di ascolti, e per le ragioni opposte a quelle che il nome del genere potrebbe implicare. Se si vanno a leggere i «temi» che ispirerebbero i gruppi reclutati al FD, si trovano desolazione, disperazione, solitudine, malinconia, depressione, morte, ecc., ma io, che prescindo sempre (o quasi) dalle parole che vengono «cantate» (o piuttosto «deep growled and/or screamed»), ci trovo altro; anche perché, forse, ho sempre avuto difficoltà ad apprezzare la «musica a programma». Dopo i Loss, e prima di ributtarmi negli Esoteric, mi sono attardato sugli australiani (sì, australiani) Mournful Congregation, giunti al quarto lp con l’immenso The Book of Kings. Immenso, oltre che per la rispettabile durata di un’ora e sedici minuti, per la «vastità» espressa dall’incedere maestoso delle chitarre: lenti treni di accordi gravi e colossali che attraversano una distesa sconfinata, un uso misurato della dissonanza, una batteria cavernosa e dal polso sicuro anche nei tempi più estenuanti, la struttura del brano sempre sotto controllo. È dunque soprattutto lo «spazio» inglobato in questa musica a conquistarmi, e la possibilità, se non di ballare, di «respirare», di respirare a fondo. Di certo nella mezzora abbondante del brano che dà nome all’album, e più ancora in The Waterless Streams, vertice del disco (e secondo me del genere) e in cui sono le montagne stesse ad alzarsi e a muoversi.
Mournful Congregation, The Book of Kings (Weird Truth Productions 2011).




