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Modi di porsi del metallaro (Promenade métallique #17)

17 maggio, 2013 (19:41) | Music non stop, Promenade métallique | By: MrPotts

Concrete Sustain Tumbleweed Dealer Master We Perish

1. Mi pongo con interesse di fronte al nuovo album dei newyorkesi Batillus, Concrete Sustain. Doom nerastro e sporco di sludge, con un un po’ di industrialità di fondo. Interesse per la combinazione di elementi che alla fine sono familiari, ma che producono una sensazione di pesantezza opprimente e distante al tempo stesso, rovente e fredda. Merito della voce lacerata di Fade Kainer (e dei suoi «pasticci elettronici», si sarebbe detto un tempo); merito dei riff di Greg Peterson, poderosi come quelli del primo brano, Concrete, o solenni, come nel caso di Thorns.

2. Mi pongo con tradizionale adesione nei confronti del primo album dei canadesi (di Montreal) Tumbleweed Dealer, omonimo, dai medesimi definito stoner/post math/rock blues. Adesione che riservo, senza tanti problemi, a tutti coloro che lavorano su ripetizione, accumulazione & ampliamento. L’impianto stoner dei riff si sente, ma il loro andamento, ipnotico, leggero (per i miei standard) e un po’ rallentato rispetto ai canoni del genere, mi ha conquistato. Niente cantato, ma tanta insistenza chitarristica (e bassistica), una paziente distillazione, come in How to Light a Joint with a Blowtorch (che anche come titolo non è niente male), o in The Sacred Mushroom and the Cross (con la sua inattesa accelerazione).

3. Non so invece esattamente come pormi rispetto al nuovo ep degli americani (del Rhode Island) The Body, Master, We Perish, molto atteso e già molto acclamato («It’s every bit as exhilarating and intimidating as you might hope, and shows the Body joining acts like WOLD, Sutekh Hexen, Locrian, and even Sunn O))) in the masterful art of merging blackened noise and damaged metal», dice Pitchfork). Credo che siano diciotto minuti importanti di frontiera doom/sludge, ma riconosco anche di essere disorientato. E credo che sia giusto così: The Blessed Lay Down and Writhe in Agony.

(4. Mi pongo tra parentesi con contentezza perché mi sono accorto che è uscito il terzo album dei Fauna, Avifauna, e rischiavo di perdermelo. Dura i suoi bei 73’53″, come sempre, ma questa volta è diviso in cinque brani.)

Batillus, Concrete Sustain, Seventh Rule Recordings 2013; Tumbleweed Dealer, Tumbleweed Dealer, self rel. 2013; The Body, Master, We Perish, At a Loss 2013.

 

Orchid (Metallo pensante #66)

7 maggio, 2013 (21:09) | Metallo pensante, Music non stop | By: MrPotts

Orchid

Qualcuno li ha presi in giro, qualcuno li ha definiti devoti adoratori, qualcuno, più cattivo, ha parlato addirittura di «carbon copy band», ma sono tanti i metallisti che li apprezzano e che li ascoltano con gran godimento. Io sono tra costoro. E non si tratta di nostalgia. Certo, i Sabbath sono lì dietro – per l’esattezza un’epoca precisa dei Sabbath, la prima; certo, gli Orchid li omaggiano, brano dopo brano, con scrupolo filologico (tanto che alcuni si avventurano nell’analisi comparativa della produzione); ma a me sembra che ci sia qualcosa di più, proprio nei riff e nelle linee melodiche, testimoniato anzitutto dal genuino piacere dell’ascolto e poi dal fatto che schiere di recensori si arrabattino per definire proprio questo «qualcosa di più». Un esempio tra i molti: «The voice of Theo Mindell manages to avoid being a complete rip off of Mr Osbourne, although the influence is more than apparent, and Mark Thomas Baker’s guitar work incorporates enough twists and turns not to be totally Tony» (Planetmosh).

Ho ascoltato a lungo i due album e l’ep del 2012, da Capricorn a The Mouths of Madness, passando per Heretic, e quel «qualcosa di più» mi sembra stia crescendo e maturando. Dell’heavy metal e dei suoi sottogeneri – nella fattispecie il doom – non da ieri si fa storia, com’è giusto, ma al tempo stesso credo che sia (ancora?) un genere capace di essere presente nel suo complesso: un grosso albero che fiorisce e rifiorisce qui e là, in virtù di una radice comune che non ha perso di vitalità. In questi tempi, tra gli altri, il ramo doom è rigoglioso, grazie anche a ottimi musicisti come gli Orchid.

Orchid, Capricorn (The Church Within Records 2011), Heretic (Nuclear Blast 2012), The Mouths of Madness (Nuclear Blast 2013).

 

Promenade métallique #16

28 aprile, 2013 (09:16) | Music non stop, Promenade métallique | By: MrPotts

Cold Blue Mountain Weed Priest The Sacred Above

1. Un bell’esordio, semplice e diretto, per i californiani Cold Blue Mountain. Di solito non attribuisco al concetto di «varietà» un valore positivo e preferisco gli ostinati, ma perché non riconoscere una buona macedonia di stili quando ti viene servita? Non è facile tenere insieme sludge e hammond, aggressività hardcore e passaggi meditativi (bisognerebbe dire atmospheric), heavy rock e doom, pensosità post e botte classiche, e una chiave della riuscita dei CBM è sicuramente la concisione. Un album breve e ispirato, cantato e suonato con urgenza e sicurezza. Si consigliano White North e Dark Secret.

2. Dopo che l’hai ascoltato una decina di volte, ti rendi conto che l’esordio degli irlandesi Weed Priest non è così facile come sembra. Siamo in territorio occult doom, e affisso sulla porta d’ingresso (Final Spell) c’è un riff che anticipa tutto: lentezza inesorabile, salto di ottava, ripetizioni senza fine. La voce, monocorde, echeggia da lontano; un’ottima batteria bilancia con qualche punta il suono melmoso e fuzz di chitarra e basso; la chitarra si concede qualche assolo lisergico; campionature da film di fantasmi; lunghezza dei brani dai sette minuti in su. A descriverli, può sembrare di conoscerli bene già prima di averli ascoltati, e in un certo senso è così, e non è un male, ma all’ascolto balza evidente il perché il doom stia attraversando un tale momento di grazia. Pare un dettaglio, ma la convinzione fa la differenza, e non tutti i riff sono perfetti per essere consumati dalle ripetizioni (Walpurgia).

3. L’ho aspettato come la pioggia nel deserto e finalmente è arrivato: il nuovo disco dei Beast in the Field, The Sacred Above, The Sacred Below. Sono rimasto sorpreso dalla furia ritmica che lo attraversa quasi interamente. Non ci sono riff (a parte un paio di casi isolati), bensì un continuo martellare, un arrembaggio inesausto che sembra nascere da una rabbia primitiva. Dopo una breve meditazione introduttiva, i primi quattro pezzi si presentano come un unico blocco, caratterizzato da un accanimento speciale che spinge verso la dissoluzione di qualsiasi idea di brano. La chitarra di Jordan Pries rugge, la batteria di Jamie Jahr tuona. Fino al culmine di Oncoming Avalanche, ventidue minuti di furore percussivo che lasciano senza fiato. C’è spazio ancora per un brano più «tradizionale» (quello che dà il titolo all’album), almeno nel senso dei BitF, e per un’altra meditazione, ben più lunga di quella introduttiva, struggente ed enigmatica – dopo un tale massacro. Più soli e solitari che mai. (Unico assaggio possibile per ora: There Once Were Mountains of Ice.)

Cold Blue Mountain, Cold Blue Mountain, Gogmagogical Records 2012.

Weed Priest, Weed Priest, 2013.

Beast in the Field, The Sacred Above, The Sacred Below, Saw Her Ghost Records 2013.

 

Nusrat Fateh Ali Khan, «Shahen-Shah» (Il corredo #15)

24 aprile, 2013 (20:38) | Il corredo, Music non stop | By: MrPotts

Shahen-Shah

Tutto regolare. Nel 1989 Peter Gabriel, dopo anni di festival Womad, lancia l’etichetta Realworld, e vai con la world music, non ci si può esimere. Col numero 3 di catalogo esce Shahen Shah di Nusrat Fateh Ali Kahn, targhetta Pakistan, e bisogna imparare cos’è il qawwali. Complessivamente, è andata così, come per un bel numero di altri ascoltatori, ma rimane anche il fatto che ho scoperto in questo modo una delle forme di drone nelle quali, se mi si passa il termine, mi sono incistato in maniera più profonda. La world music, almeno per quanto mi riguarda, è tramontata, e la mia ignoranza etnomusicologica è rimasta intatta, da allora però non passa trimestre senza che non riascolti questo disco da cima a fondo cinque o sei volte di fila: il mio personalissimo paradiso drone, fatto di harmonium a soffietto, tabla, mani battute, coro e la voce inconfondibile di Nusrat. In seguito, agli ascolti ossessivi ho potuto aggiungere la visione ossessiva dei filmati, apprezzando ancora di più l’harmonium a soffietto, le tabla e la gestualità discorsiva di Nusrat. Ho persino memorizzato i testi, senza conoscerne il significato, come quando da piccolo ripetevo il suono dei testi in inglese. E alla fine ci ho fatto pure headbanging sulle canzoni di Shahen Shah (la cosa non deve stupire, se nella scheda di AllMusic si può leggere: «The relentless hand clapping and tabla drum accompaniment convey an aggressive tranciness that combines the contemplative serenity of Indian classical music with the headbanging frenzy of punk rock» – ecco, magari non proprio punk…).

Le registrazioni disponibili si sono moltiplicate senza fine, ma sono rimasto fedele a questo disco, alla struttura inalterabile dei suoi brani: l’harmonium che espone la frase melodica, i melismi introduttivi che a poco a poco si adagiano sulla frase che verrà ripetuta (e che dà il titolo al brano), le variazioni ad libitum: Shams-Ud-Doha, Badr-Ud-Doja. Mi accontento senza problemi di un posto in seconda fila nel cosiddetto «Party» di Nusrat, tra quelli che non cantano né suonano, ma battono le mani a tempo e oscillano seri il capo.

Nusrat Fateh Ali Khan, Shahen-Shah, Realworld Records 1989.

 

Qawwali Potts (Casa Potts)

8 aprile, 2013 (19:44) | Casa Potts | By: MrPotts

Lunedì, ore 19.30, in auto. Da qualche tempo Mr Potts è ripiombato nella fissa per il cantante qawwali Nusrat Fateh Ali Khan.

Mr Potts: Tesoro, facciamo Nusrat…?
Catriona: Ancora!?
MrP: Dai, una volta sola.
C: Ma non mi ricordo il testo, che è in urdu, tengo a sottolineare.
MrP: Tu ripeti il ritornello, te lo dico io, dai: Kali kali zulfon…
C: Ma non è quello di ieri!
MrP: Ah, preferisci l’altro, bello eh? Okay: Shams-ud-doha Badr-ud-doja terii barii tauqiir hai…
C: Posso fare qualcos’altro?
MrP: Be’, puoi battere le mani a tempo; battere e strusciare, ti ricordi?
C: Uhm…
(pausa)
MrP: Potresti… fare le tabla sul cruscotto…
C: Una passeggiata.

 

Ommadon (Metallo pensante #65)

6 aprile, 2013 (16:41) | Metallo pensante, Music non stop | By: MrPotts

Ommadon III Ommadon IV

Ho appena finito di ascoltare un’altra volta tutta la musica registrata dagli Ommadon (il sospetto che un nome del genere sia una battuta svanisce dopo pochi secondi di ascolto). Se deve essere ossessione, allora lo sia fino in fondo, senza ritegno.

Prima i fatti extramusicali. Gli Ommadon sono scozzesi, di Glasgow; sono in due: David Tobin alla chitarra, Ewan Mackenzie alla batteria; nati dalle ceneri degli Snowblood, sono attivi dal 2008; hanno prodotto sinora quattro registrazioni, I-IV, due nel 2010 e due nel 2012, per circa due ore e mezzo di musica; sette brani in parte sovrapposti la cui durata va da 9’26″ a 42’22″; pare che abbiano già realizzato la quinta registrazione, che dovrebbe uscire entro l’estate («3 songs, 135 minutes, and a lot of riffs. 2013 – this is going to be heavy»); registrano, per citarli, «by ourselves in our forest lair, in the highlands of Scotland, all live, no overdubs»; si stampano da soli qualche centinaio di copie di cd e, ancora per citarli, sono impegnati in una «quest for infinite heaviness». Si capirà come già da questi dati il metallaro scrivente fibrilli fuori controllo.

Veniamo al fatto musicale. Puro distillato sludge/doom: sludge per il suono, doom per l’atteggiamento e l’incedere. Si assiste qui, sfrondato da qualsiasi fronzolo – voce, struttura, fraseggio, armonia… –, all’emergere del RIFF dal caos primordiale; è il primo, ciclopico passo grazie al quale il metallo diventa ascoltabile (detto con meno enfasi, è il ponte tra noise e metal, ma con la precisazione che uno è la premessa, o la conseguenza, dell’altro, e viceversa). Dopo questo sforzo di emersione, non può che esserci ripetizione, fino allo stremo, fino al ritorno al caos. Può sembrare una musica chiusa e smarrita in se stessa (come forse si sentono spesso i suoi ascoltatori); è sicuramente una musica dai tratti rituali, che risucchia e annichilisce, e al tempo spesso ripulisce. Io, non saprei come altro dirlo, ne sono estasiato (come lo sono da quella dei Beast in the Field, che trovo affini agli Ommadon) e la trovo bellissima. Se il nome dell’ossessione è Pesantezza, questa ne è la casa, o almeno una delle più insigni.

Se si vuole, tutta la musica di questi giganti è disponibile, free, sulla loro pagina Bandcamp (suggerisco di partire dall’inizio, e suggerisco anche le parole più precise che sono state loro dedicate nel tempo dallo Sleeping Shaman, per esempio queste).

 

Grand Magus, «Ulvaskall (Vasgr)» (Riffology #55)

2 aprile, 2013 (22:18) | Music non stop, Riffology | By: MrPotts

GM Monument

Nell riff gigantesco che apre il piccolo capolavoro non dimenticato di Monument dei Grand Magus (2003) si osservano diversi elementi che scaldano il semplice cuore del metallaro:

  • l’intro con il vento che fischia dalle imposte, tanto per capire dove siamo, e la sobria presentazione dei tre attori di sempre;
  • l’esposizione vera e propria, introdotta da una piega sontuosamente barocca, un bending di cui non mi sazio, che potrebbe assomigliare al gesto di una mano che solleva una vena di lava;
  • un suono saturo e pastoso, che «fodera» il cervello;
  • il basso!, in tutta la sua potenza strutturale;
  • la variazione con il break, lo stop ‘n’ go, che nel vuoto lascia emergere il friggere dei piatti;
  • una registrazione impeccabile, tra scorrere di piani, presenza degli strumenti e fusione perfetta.

Tutta discesa, dopo un vertice di tal fatta, ma, tanto per ribadire, mettiamo in fila anche il riff di Summer Solstice, iperclassico profondamente heavy metal, e poi quello di Baptised in Fire, in cui si osservano:

  • il giro di basso, piano e roccioso, che evoca il primo riff;
  • le quattro scarpate di batteria, che preludono al
  • secondo riff, bipartito tra accordi staccati in su (sembra che scottino) e legati in giù, e un’altra torsione da brivido.

Ah, ci sarebbe anche il riff di Chooser of the Slain… Ma torniamo ancora un momento da dove eravamo partiti:

Grand Magus, Ulvaskall (Vasgr), riff

Grand Magus, Ulvaskall (Vasgr), in Monument, Rise Above 2003.

 

Electric Wizard, «Vinum Sabbathi» (Riffology #54)

27 marzo, 2013 (21:28) | Music non stop, Riffology | By: MrPotts

EW, Dopethrone

Non ne provo nostalgia, ma mi ricordo molto bene il senso di attesa con il quale inserivo il cd nel lettore e, ancor prima, appoggiavo la puntina sul disco. È solo una questione anagrafica e statistica. Qualche secondo per capire se sì o no, oppure vediamo. E i grandi sì me li ricordo altrettanto bene. Come nel caso di Dopethrone degli Electric Wizard. Ho trovato cento post che dicono la stessa cosa: dopo quelle parole («When you get into one of these groups, there’s only a couple ways you can get out. One, is death, the other, is mental institutions»), che non si sa bene da chi siano pronunciate, comincia un album pressoché perfetto che non esibisce nulla di perfetto («It’s as close to perfect as any stoner doom album ever has been, and is heavier than anything else out there», dice il Full Metal Attorney). Nell’attacco di Vinum Sabbathi, c’è tutto: un riff strepitoso, ma buttato un po’ lì, non sfruttato a dovere, prima zoppicante nel basso, poi debordante nella chitarra; un suono che pialla ogni sfumatura; una pesantezza al limite della disarticolazione; una voce stridente e filtrata. Un riff, un’idea, tre minuti di doom indelebile. Basterebbe questo:

Electric Wizard, Vinum Sabbathi, riff

e invece dal fumo di Vinum Sabbathi sorge Funeralopolis, altra dimostrazione di forza esatta, e poi Weird Tales

Electric Wizard, Vinum Sabbathi, in Dopethrone, Rise Above 2000.

 

Your Highness, «Low Country Exiles» (Riffology #53)

18 marzo, 2013 (20:33) | Music non stop, Riffology | By: MrPotts

Blue Devils

Come ho detto altre volte, mi basta poco – che poi un buon riff non sia mai poco, per me, è un fatto del tutto personale. Qui abbiamo neanche dieci secondi, dentro un brano peraltro assai meritevole (e dentro un altrettanto meritevole ep), un classico esempio di, con rispetto parlando, riff-scatarrata, in cui la dinamica si sposa a un suono ruvido e abrasivo che tende a confondere le altezze in un’unica manata di cartavetro. Nel corso del brano la frase si sviluppa e dimostra le sue potenzialità, ma al suo nascere non è altro che un nervoso balletto sul posto, un gesto beffardo e ossesso che rende bene due circostanze ricorrenti: a) l’invasamento che mi trasmettono tutti i riff che più mi piacciono, e b) il poter esprimere più di quanto possano le parole.

Your Highness, Low Country Exiles, riff (x 4)

Your Highness, Low Country Exiles, da Blue Devils EP, 2012.

 

Officium Irae atque Desperationis (Promenade métallique #15)

16 marzo, 2013 (20:59) | Music non stop, Promenade métallique | By: MrPotts

The Filth  Vilagvege

Grandi specialità metal, la rabbia e la disperazione, e sempre molto affollato, il relativo ufficio.

1. Negli Haarp, band sludge di New Orleans prodotta da Philip Anselmo, la rabbia, e la relativa sublimazione, si incarna nella voce di Shaun Emmons. Si prenda ad esempio il secondo album, The Filth (2010), in cui gli altri tre membri del gruppo sono un motore diesel che procede quasi sempre in seconda, allontanandosi raramente dalla regione bassa dei manici e offrendo una specie di piedistallo a una prestazione vocale devastante, direi con pochissime sovraincisioni. Emmons si sgola senza pietà e, per usare l’espressione di un fine ascoltatore, canta praticamente di collo e sembra provvisto di un polmone in più: posseduto dalla sua voce, si trasforma in un tubo che collega direttamente il sottosuolo, dal quale peraltro sono usciti i suoi tre compagni, con il microfono. Ad alcuni i sessanta minuti di The Filth sono sembrati un’uniforme e noiosa distesa di bitume, ma è proprio nel passare del tempo, nell’accumulo ostinato che si forma questa massa sublime e rabbiosa di metallo: A New Reign o The Blue Chamber painted Red (e, naturalmente, dal vivo).

2. Anche nei Rorcal, band di Ginevra attiva dal 2006, la disperazione, e la relativa sublimazione, è affidata in primis alla voce, da pochi mesi quella di Yonni Chapatte, ma in questo caso gli altri quattro membri forniscono una base che spazia da un immobilismo drone-doom alla furia black. Il loro recente Világvége (ungherese per «fine del mondo», 2013) non dà scampo. Si prenda ad esempio il secondo brano, D, in cui le urla disumane si stendono su una processione di accordi-rintocchi sempre più lenta e straziante. Ma il discorso apocalittico dei Rorcal già in II e in V straripa in un furore incontenibile, per ricollegarsi infine ai toni dell’apertura nell’ottima VIII. Come dice Sputnik Music, «Világvége is the soundtrack to a world being razed and set aflame, and pure, malevolent violence has never tasted so sweet». Anche loro, dal vivo, devono essere un’esperienza.

 

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